lunedì 19 maggio 2008

Recensione - Afterhours - I milanesi ammazzano il sabato


Un album pienissimo, ancora una volta capace di sorprendere e dare nuova identità (e personalità) alla band milanese, in costante evoluzione, invecchiata, matura, eppure capace di trasgredire in modo sorprendente ogni ordine precostituito.
.
Mai una maschera fissa, mai un riferimento che duri più di qualche anno: dall’esordio italiano squisitamente punk (o era solo un rock nuovo?) di “Germi”, alle inflessioni più melodiche e pop di “Hai paura del buio?”, dal suono psichedelico ed intimista di “Quello che non c’è”, alla consacrazione e successiva versione export (con relativa tournée americana) di “Ballate per piccole iene”.
.
Tutto in ascesa, tutto in mutazione, tutto tra cambi di pelle e nevrosi di identità.“I milanesi ammazzano il sabato” arriva anticipato da un’inedita attività promozionale: due singoli, video e un ep, abbastanza per capire come l’attesa nei confronti del gruppo sia cresciuta, e con essa la necessità di digerire definitivamente il loro suono nella nostra cultura musicale. Quattordici tracce probabilmente difficili da masticare ad un primo ascolto, che lasciano un primo acido/dolce sapore che alimenti in crescendo fino a fargli conferire una giusta disposizione emotiva. Si cementano col tempo, si stagionano coi giorni. E pian piano si plasmano, e ti plasmano. Quattordici tracce che in un certo senso tornano a qualcosa che si era accantonato (ma non abbandonato). Se qualcuno pensava che il loro spirito rock fosse ormai destinato a finire in cantina a vantaggio di qualcosa di meno esplicito e pop (il parto gemellare italo/anglofono questo aveva lasciato prevedere), si sbagliava. Le energie rauche e sbraitanti di Manuel Agnelli sono ancora capaci di conferire vitalità e grinta, esaurimento e poesia, addolcendo gli animi dei più nostalgici così come quelli dei nuovi adepti.
.
Canzoni come “Tutti gli uomini del presidente” o “Pochi istanti nella lavatrice”, sono nuovi incastri lego che segnano la conferma di un dinamismo tutto italiano, ancora una volta, consentendo al gruppo di riprende saldamente il controllo delle operazioni, sintetizzando al meglio il percorso compiuto fino ad oggi. Di notevole importanza anche l’innesto del nuovo acquisto Enrico Gabrielli, che con i suoi arrangiamenti fiatistici conferisce un ulteriore tocco di evoluta consapevolezza, di maturità artistica capace di saldare aspetti musicali estremi ed apparentemente dissociati.Le tematiche eterne di Agnelli si alternano anche qui, senza però mai annoiare o ripercorrere stereotipi d’annata: la paternità (“Orchi e streghe sono soli” è la splendida ninnananna di un re bastonato e ringhioso), la Milano che ammazza, la vita di coppia, la sessualità: tutto raccontato con la necessità metaforica di sottintesi mai espliciti, tutto filtrato alla luce di un ermetismo moderno e carnale. Titoli come “Riprendere Berlino”, “Neppure carne da cannone per Dio” o “È solo febbre” si portano in spalla il carico di venti anni di attività costantemente giocata sul filo di una provocazione beffarda e poetica, che anche questa volta non manca di contraddistinguere il carattere del lavoro.Loro nascono sempre, loro sono l’Italia musicale che conta, loro sono un respiro che si schianta per eccentricità e adrenalina, che vive veloce e muore giovane ma ogni volta rinasce.
.
Un album tanto straniante quanto familiare, pieno di personalità; un lavoro denso, difficile da sottintendere a schematismi di qualunque natura, a confermare la grandezza di una band in grado di rigenerarsi ogni volta per continuare a sorprendere.
.
Tracklist:
.
1. Naufragio sull’isola del tesoro
2. È solo febbre
3. Neppure carne da cannone per Dio
4. Tarantella all’inazione
5. Pochi istanti nella lavatrice
6. I milanesi ammazzano il sabato
7. Riprendere Berlino
8. Tutti gli uomini del presidente
9. Musa di nessuno
10. Tema: la mia città
11. È dura essere Silvan
12. Dove si va da qui
13. Tutto domani
14. Orchi e streghe sono soli
.

Nessun commento: