venerdì 20 giugno 2008

Recensione - Fursaxa - Kobold moon

Il soliloquio spettrale di un’anima. Il sentiero, sempre più stretto e buio, che conduce a quelle rivelazioni fulminanti, a quel vortice di incanti in cui la mente vacilla, il cuore rallenta e l’occhio vigila senza prospettive, indifeso.“Kobold Moon” è l’argine free-folk universalistico di "Lepidoptera" che si squarcia, polverizzato da visioni trascendentali, l’inabissarsi della voce tra le mostruose voragini dell’anima. Sulle tracce di Nico, lungo le cime astrali di Tim Buckley, tra sirene dormienti e deserti cosmici sfiorati dal gelido dubbio dell’insensatezza (“Desiree”, ovvero “L’Accordeon Quatre” - “Mandrake”, 2000 - diventato eterno circolo… tremula dimensione infinita… pianto senza fine).
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Terribile, misterioso, affascinante, necessario: in questo viaggio, Tara Burke/Fursaxa è davvero indifesa, lontana dalle coste, tra flutti impetuosi. Solitaria sacerdotessa di se stessa, molte miglia più in là delle stesse meraviglie ritualistiche di “Lepidoptera”. La voce - un’amica più che un’arma - tra scampanellii e lievi ombreggiature percussive, si muove nel vuoto come un’assenza mascherata. Potrebbe essere l’inizio di un racconto antichissimo. La novella senza tempo di fedeli in processione che invocano, più che “subire” nel corpo, il divino (“Kokopelli”). Stupefatto, l’abbandono ne segue le tracce sul bordo(-ne) del precipizio (“Nakondisi”), e le preghiere si tramutano in agonia di foglie che scolorano al tramonto, la luna muta custode dell’oltretomba (“Leaves Of Bryony”).
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Seguendo un itinerario di destabilizzazione e di rarefazione progressiva, la musica finisce per assumere sempre più le sembianze di una muraglia, incandescente di misteri ultraterreni. Il limite che ci separa dall’impenetrabile. E, sulla “qualità” di quel limite, si gioca la partita della nostra percezione. Insieme smisurato e magico, il cammino della fanciulla di Philadelphia dentro l’insondabile procede senza remore, col coraggio di chi ha ascoltato e visto più di quanto, quotidianamente, si possa arguire.
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Su questi derelitti vascelli di voci-senza-corpo, che scivolano l’uno dentro l’altro, proiettandosi verso l’alto, baluginano allegorie di regni metafisici, come le “Poppies” di Buffy Sainte-Marie stordite - a notte fonda, dentro una cattedrale sommersa dalla neve - dalla luce raminga, dalla "Irrlicht” Schulze-iana: “Saxalainen” è, così, una liturgia aurorale, un linguaggio pre-razionale di suoni-sensazioni, in perenne dispersione da uno sfuggente centro gravitazionale. Equilibri di vertigini e tempeste psichiche, con quello che, sul finire, potrebbe essere l'eco di campane, deforme e lontanissima, che riverbera l’addio, il distacco dal Tempo.
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Ma dove cadono queste invocazioni? Dove vanno a finire? Fin dove possono spingersi? Fin dove è possibile seguirle? Sono esse, forse, serigrafie di suono dentro una brezza di ghiaccio? (“Song Of The Spindle Berry”). Il senso religioso e devozionale di opere quali “Amulet” o “Alone In The Dark Wood” regredisce verso la disperazione di un mondo nudo e muto, e sono i meandri free-form di “Sidhe” a generare un vortice di celestiali nebbie spirituali (quasi un’”Hosianna Mantra” in perpetua dissolvenza) in cui la voce, irradiata tra innumerevoli riflessi, prova a lasciar germogliare desideri e speranze, mentre solenni s’innalzano immateriali polifonie cosmiche.
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“Kobold Moon” è il dramma degli spazi interiori che risuonano nel Vuoto, senza pace. E’ l’odissea della Voce che nomina, esorcizzandoli, il dolore di un’assenza incolmabile e l’ansia profondissima di una ricerca eterna. Alla fine, tutto sprofonda nell’abisso accecante/inumano di “Cornus Of Florida” (altro vertice spaventoso che, insieme a “Saxalainen”, è già uno dei massimi capolavori di questi anni). Mimesi purissima (con scarabocchi elettronico-galattici e squarci di world-music iperuranica) del Dopo.
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Forse, qualcosa come la “lichtzwang” (“luce coatta”) di Paul Celan…

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