giovedì 29 maggio 2008

Recensione - Tenacious D e il destino del rock


Regia: Liam Lynch
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Genere: Commedia
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Cast:
Jack Black - JB
Kyle Gass - KG
Jason Reed - Lee
Ben Stiller
Tim Robbins
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Continua a lottare per il rock l'irriverente Jack Black (dopo essersi improvvisato maestro elementare di 'musica dura e pura” nella pellicola ”School of Rock”, di Richard Linklater, 2003): in 'Tenacious D e il Destino del Rock” (in originale 'Tenacious D e il Plettro del Destino”) Black è alle prese con un'autobiografia romanzata che racconta la nascita del sodalizio artistico e interiore con il chitarrista Kyle Gass, co-fondatore dei Tenacious D.
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Jack Black e Kyle Gass (nel film JB e KG) si incontrarono dopo essere entrati a far parte dell'Actor's Gang, la compagnia teatrale fondata da Tim Robbins. Presto i due scoprirono la comune passione per il rock and roll e nel 1994 istituirono a Los Angeles la band Tenacious D. Dalla prima performance all'Al's Bar di L.A., dove si esibirono con Tribute, alla conquista del disco di platino nel 2001 con l'album 'Tenacious D”, sancita dall'autoproclamazione come 'Miglior band della terra”, i D hanno ottenuto grande successo presso numerose schiere di fan: hanno suonato come supporter per Beck, Tool e Pearl Jam e nel 1999 hanno recitato in una serie televisiva sul canale HBO, che ha contribuito a renderli famosi agli occhi (e alle orecchie) del grande pubblico. I brani scritti dal gruppo denotano influenze folk-metal, comedy-rock e country-rock: evidente la passione di Black per il progressive rock psichedelico degli Anni Settanta.
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Questo il punto di partenza del film: la biografia del gruppo, reinventata attraverso un vivace e ben riuscito racconto epico dai toni goliardici. I momenti di passaggio che l'eroico antieroe JB affronta per seguire la via del rock (parodiando il genere del Bildungsroman, 'il racconto di formazione”) sono identificabili con le funzioni narrative individuate da Vladimir Propp nella struttura della fiaba tradizionale: l'allontanamento, l'incontro con l'aiutante, il tranello, la mancanza, la conquista del mezzo magico, lo scontro finale con l'antagonista. Diversi elementi richiamano il cliché del racconto epico: si pensi all'excursus medievale sulla storia del Plettro e alla suddivisione del film in capitoli rappresentati simbolicamente dalle figure dei tarocchi (presenti anche nei titoli di testa).
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JB è un ragazzino appassionato di rock ed heavy metal, che, dopo aver eseguito un brano dal testo scurrile di fronte ai genitori conservatori, viene redarguito violentemente dal padre: ispirato da Dio (Ronnie James), il giovane fugge alla ricerca del luogo perfetto per la realizzazione dei propri sogni di rock and roll, Hollywood. Qui incontrerà il mentore KG, che lo inizierà all'arte della musica e del palcoscenico, promettendogli un'audizione per entrare a far parte di un progetto musicale ambizioso. Ben presto, però, JB si accorge che KG è in realtà un musicista di strada che non riesce a sbarcare il lunario. Con lo scopo di continuare a pagare l'affitto, i due decidono di competere come rock band all'Open Mic Night presso l'Al's Bar. La concorrenza è spietata: al cantante e al chitarrista serve un capolavoro. L'unica possibilità è conquistare il plettro magico che ha portato al successo le più grandi rock star della storia, non ultimo Van Halen: un plettro forgiato nel Medioevo da un dente del Diavolo e custodito al Rock and Roll History Museum, come narrato dal commesso di un negozio di strumenti musicali.
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'Tenacious D and the Pick of Destiny” è un rock-comedy musical scritto da Black e Gass in collaborazione con il regista Liam Lynch, già autore del documentario biografico 'On the Road with Tenacious D”. Il film è prodotto da Black, Gass e Stuart Cornfeld. I produttori esecutivi sono Ben Stiller, Toby Emmerich, Richard Brener, Cale Boyter e Georgia Kacandes.
Dominato da trovate di pura comicità liberatoria (alla Beavis and Butthead), il film è un tripudio di gag demenziali e passaggi esilaranti (l'incontro-scontro tra i due protagonisti, la scena dell'inseguimento on the road, la lotta titanica tra forze del Bene e del Male a colpi di rock): meno pretenziosa rispetto a School of Rock, la pellicola garantisce divertimento ed evasione, senza richiedere allo spettatore riflessioni approfondite oltre l'approccio immediato. Un poema comico e auto-celebrativo, in senso innocuo e puramente rock, dove ingenuità, imperfezioni e volgarità fanno sorridere e rilassare. Un film che sta alle rock-operas degli Anni Settanta (Tommy di Pete Townshend e Ken Russell -1969-, The Wall di Roger Waters -1979-) come i cantari cavallereschi in volgare (si pensi al Morgante del fiorentino Luigi Pulci, 1432-1484) stanno alla letteratura epica tradizionale.
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'Tenacious D e il Destino del Rock” è soprattutto una storia di amicizia, una vicenda che racconta della passione di due ragazzi che cercano di realizzare il proprio sogno. Semplificando il concetto di american dream, il film riesce a trasmettere entusiasmo e positività.
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La pellicola vanta la partecipazione di numerosi artisti che Black e Gass sono riusciti a coinvolgere nel progetto: Meat Loaf nel ruolo del padre di Lil' JB, Ronnie James Dio che interpreta se stesso, Ben Stiller in versione commesso tatuato e capellone per la catena Guitarcenter, Tim Robbins nella parte di un inquietante e oscuro Bela Lugosi desideroso di appropriarsi del Plettro del Destino, Dave Grohl nelle vesti del Diavolo, che accetta la sfida musicale di JB e KG. Queste le parole di Black con riferimento alla partecipazione di Ronnie James Dio alle riprese del film: 'Dio ha portato la sua capacità teatrale da uomo di heavy metal pesante: una delle sue esibizioni che preferisco è quella del video musicale di The Last in Line, dove semplicemente canta guardando fisso in camera. Ti sta dando rock puro e semplicemente tu gli credi, perché è credibile. Il suo è un potere oscuro, ma reale e legittimato. E, nella sua scena, l'ha messo tutto al servizio dei D”.
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Non mancano altri camei interessanti: JR Reed, componente dell'altra band di Gass (i Trainweck), nel ruolo di Lee, il più grande fan dei D, Fred Armisen (Saturday Night Live) e Ned Bellamy (Lords of Dogtown) come guardie di sicurezza nel museo; Cynthia Ettinger (Carnivale) nel ruolo della madre di Lil'JB; Colin Hanks (King Kong) nel ruolo di un membro della confraternita; Amy Poehler (Saturday Night Live) nel ruolo di una cameriera di autogrill, l'attore John C. Reilly nelle vesti di Bigfoot e Paul F. Tompkins come ospite della serata Open Mic all'Al's Bar.

mercoledì 28 maggio 2008

Sigur Ros - Nuovo album a giugno e tour mondiale


Nuovo parto discografico per i 4 ragazzi islandesi; il nuovo album si intitola Með suð í eyrum við spilum endalaust (Con un ronzio nelle orecchie suoniamo all’infinito) ed uscirà il 20 giugno.
Il primo singolo - Gobbledigook, sarà svelato con un primo passaggio radiofonico, in esclusiva mondiale, stasera martedì 27 maggio su Radio 1 da Zane Lowe. La traccia sarà quindi disponibile per tutto il mondo da scaricare gratuitamente dal sito ufficiale a partire dalle 19:30 (ora italiana).
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La prevendita dell’album partirà il 2 giugno su www.sigurros.com e su iTunes, e tutti quelli che prenoteranno l’album avranno accesso allo stream dell’intero album a partire dal 9 giugno. Più avanti sarà pubblicata un’edizione speciale deluxe dell’album, contenente un libro sul ‘Making Of…’, un film e molto altro, che verrà reso disponibile in prenotazione sul sito della band sempre dal 2 giugno, in aggiunta alle varie cose sui Sigur Rós – video esclusivi, informazioni sui biglietti dei prossimi concerti, ecc – che saranno disponibili solo per chi si registra alla mailing list.
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"Con un ronzio…" è stato co-prodotto dalla band e dal rinomato produttore Flood, registrato a New York City (ai Sear Sound Studios), a Londra (agli Assault and Battery Studios ed Abbey Road), a Reykjavik (ad Alafoss, lo studio della band, come anche in una chiesa di Reykjavik) e all’ Havana, a Cuba. Al contrario dell’ultima pubblicazione dei Sigur Rós – l’acclamato film Heima, la cronaca del loro tour gratuito in Islanda – che ha portato la band in patria, la loro nuova creazione, è il primo album nella loro carriera ad essere stato fatto fuori dall’Islanda. E’ anche il primo album in cui il cantante Jon “Jonsi” Thor Birgisson canta in inglese in un pezzo (il resto è cantato in islandese).
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Ispirati dalla libertà delle esibizioni acustiche filmate durante Heima, i Sigur Rós hanno deciso di adottare un approccio più libero nella scrittura e creazione del loro brillante quinto album. Il materiale per l’album è stato scritto, registrato e mixato interamente nel 2008 e viene pubblicato appena un mese dopo il suo completamento. L’album riflette la perfetta imperfezione delle riprese dal vivo, il suono delle dita sulle corde della chitarra, le note sbagliate, e una forte presenza in primo piano, mai sentita nelle precedenti registrazioni dei Sigur Rós, che si muove dal riverbero indotto della chitarra a qualcosa di molto più fragile e coinvolgente. Contiene anche la musica più gioiosa che la band abbia mai registrato.
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La prima canzone ‘Gobbledigook’ dà il la all'album con le sue chitarre acustiche alternate, la voce forte, i cambi di ritmo delle percussioni, mentre ‘Inni mer syngur vitleysingur’ (‘dentro di me canta la follia’) brilla come una delle canzoni più antemiche che i Sigur Rós abbiano mai scritto. ‘Festival’ è epica nella sua euforia e nel suo scopo, ‘Illgresi’ (‘erbaccia’) vede una delle interpretazioni vocali melodiche più raffinate di Jonsi solo su una chitarra acustica, e ‘Ára bátur’ (‘barca rumorosa’) è la più grande singola impresa musicale nella carriera della band, visto che è stata registrata in un’unica ripresa con la London Sinfonietta e il London Oratory Boy’s Choir, con un totale di 90 persone che suonavano contemporanemante. La band si è anche avvalsa del talento delle loro amiche Amina, il quartetto d’archi, così come di cinque fiati su certi brani, oltre all’introduzione, per la prima volta in questo album, del mellotron nel processo di composizione e registrazione, in particolare in una delle canzoni più tenere e belle del disco, ‘Fljótavík’.
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Lo spirito di con Un Ronzio… è espresso al meglio nel sorprendente artwork dell’album, con il contributo dell’acclamato artista visuale Ryan McGinley. McGinley incontrò per la prima volta il gruppo quando fece delel foto a Jonsi sei anni fà; la copertina dell’album è stata presa da un volantino per una recente mostra di McGinley, I Know Where The Summer Goes (so dove va l’estate), arrivato per caso nell’inbox di Jonsi mentre il gruppo stava decidendo come meglio rappresentare visivamente la nuova raccolta di canzoni. Il risultato è una perfetta sinergia di aura e immagine.
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Tracklist
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1. Gobbledigook
2. Inní mér syngur vitleysingur
3. Góðan daginn
4. Við spilum endalaust
5. Festival
6. Með suð í eyrum
7. Ára bátur
8. Illgresi
9. Fljótavík
10. Straumnes
11. All alright
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Con il nuovo album parte un tour mondiale per i Sigur Rós, che in molte date parteciperanno a dei festival; ecco le prime date annunciate del tour:
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Giugno:
5 Guadalajara, Messico – Teatro Degollado
7 Tepoztlan, Messico – Festival La Colmena
8 Tijuana, Messico – Multiculti
11 Omaha, USA – Orpheum Theatre
12 Kansas City, USA – Uptown Theatre
14 Manchester, USA – Bonnaroo Music and Arts Festival
16 New York, USA – Grand Ballroom, Manhattan Centre20 Germania – Southside Festival
22 Bremen, Germania – Hurricane Festival
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Luglio:
5 Wechter, Belgio – Rock Werchter Festival
6 Arras, Francia – Main Square Festival
8 Vienna, Austria – Arena
9 Losanna, Svissera – Les Docks
11 Firenze, Italia – Giardino Di Boboli
12 Roma, Italia – Cavea Auditorium
13 Milano, Italia – Arena Civica
14 Zurigo, Svizzera – Volkhaus
17 Benicassim, Spagna – Benicassim Festival
19 Suffolk, Inghilterra – Latitude Festival
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Agosto:
1 Melbourne, Australia – Festival Hall
2 Sydney, Australia – Horden Pavillion
3 Byron Bay, Australia – Splendour In The Grass
7 Oslo, Norvegia – Øya Festival
8 Gothenburg, Svezia – Way Out West
9 Copenhagen, Danimarca – Beat Day Festival
11 Colonia, Germania – Philharmonie
12 Wiesenbaden, Germania – Schlachthof
13 Berlino, Germania – Tempodrum
15 St. Malo, Francia – La Route Du Rock Festival
17 Biddinghuizen, Olanda – Lowlands Festival
18 Dresda, Germania – Alter Schlachthof
19 Praga, Repubblica Ceca – Arena HC Sparta Praha
20 Varsavia, Polonia – Palladium
22 Riga, Lettonia – Arena
23 Tallinn, Estonia – Rock Café
24 Helsinki, Finlandia – Kulttuurital
26 St Pietroburgo, Russia – TYUZ Theatre
27 Mosca, Russia – B129 Stradbally, Irlanda – Electric Picnic Festival
31 Inveraray, Scozia – Hydro Connect Festival
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a breve ci sarà anche l'annuncio delle date per l'autunno
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lunedì 26 maggio 2008

Recensione - Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo


Regia: Steven Spielberg
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Genere: Avventura
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Cast:
Harrison Ford - Indiana Jones
Karen Allen - Marion Ravenwood
Cate Blanchett - Irina Spalko
Shia LaBeouf - Mutt Williams
John Hurt - Abner Ravenwood
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Indiana Jones (per gli amici Indy) è tornato. Diciannove anni dopo Indiana Jones e l'ultima crociata l'eroe con frusta e Fedora creato da Lucas e Spielberg ricomincia la sua attività di archeologo in corsa.Gli anni sono passati per lui come per gli spettatori e quindi lo ritroviamo nel 1957 nel bel mezzo di un deserto del Sudovest degli Usa mentre la Guerra Fredda domina la scena politica con il terrore del conflitto nucleare e al cinema fanno la loro comparsa gli 'esseri venuti dallo spazio'.
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Questa volta quindi i 'cattivi' sono i russi e il professor Jones, dopo essere sfuggito alle loro grinfie nella sequenza iniziale, si trova preso di mira dalla CIA la quale non si fida di lui al punto di fargli togliere la cattedra. Indiana è allora pronto per farsi sollecitare da un giovane atteggiato 'alla Marlon Brando' e a lanciarsi in una nuova avventura carica di azione e con una nemica implacabile alle calcagna: Irina Spalko, una sensitiva affamata, come ormai è tradizione, di potere.
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Si nutrivano molte attese e al contempo molti timori per questo quarto episodio della saga troppe volte annunciato e troppe volte rinviato. L'avanzare dell'età del protagonista Harrison Ford non favoriva lieti auspici anche perché l'ironia sugli anni che aumentano si era già spesa con il personaggio del padre di Indy interpretato da Sean Connery nel film del 1989. I dubbi si possono considerare fugati. Chi non amava quello che considerava il versante adolescenziale e 'da luna park' di Spielberg continuerà a guardare con il sopracciglio sollevato le imprese dell'archeologo più famoso del cinema. Gli altri troveranno intatto lo spirito del personaggio e dei caratteri che lo accompagnano, semmai con il surplus di azioni e di eventi spettacolari che la tecnologia digitale oggi consente. Spielberg era ben consapevole di operare una sorta di recupero di modernariato cinematografico andando a ripescare il suo personaggio più famoso insieme a E.T.. Ne era così consapevole che in più di un'occasione offre allo spettatore ammiccamenti precisi. Fa anzi di più: riporta sullo schermo la Karen Allen amata rivale de I predatori dell'Arca Perduta facendola portatrice di una notizia destinata a cambiare la vita di Indiana. Per un istante addirittura ci mostrerà l'Arca dell'Alleanza che ancora si trova in quel deposito in cui venne sistemata 27 anni fa, quando la saga ebbe inizio. Molti degli spettatori odierni non hanno forse mai visto le avventure di Indy sul grande schermo e questa sarà la loro prima volta. Sarà anche l'ultima perché, come ci suggerisce sorridendo il finale del film, Harrison Ford è Indiana Jones e Indiana Jones non può che essere Harrison Ford. Bentornato a entrambi.

martedì 20 maggio 2008

Recensione - Superhero


Regia: Craig Mazin
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Genere: Comico
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Cast:
Drake Bell - Rick Ricker/Uomo libellula
Sara Paxton - Jill Johnson
Christopher McDonald - Lou Landers/Uomo clessidra
Leslie Nielsen - Zio Albert
Kevin Hart - Trey
Marion Ross - Zia Lucille

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Rick Riker, parodia del più noto Peter Parker, durante una visita scolastica viene punto da una libellula geneticamente modificata e si ritrova in dotazione una serie di superpoteri che non gli impediscono, però, di combinare dei superdisastri. Dopo essersi creato un costume ad hoc, si presenta alla città come l'Uomo Libellula, in lotta contro l'Uomo Clessidra, zio del suo rivale in amore, determinato a perpetrare una strage di massa per assicurarsi l'immortalità.
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Sulla falsariga della trilogia di “Spiderman”, con qualche incursione nell'infanzia di “Batman”, nei numeri di prestigio dei “Fantastici Quattro” e nella scuola per ragazzi iperdotati degli “X-men”, si dispiega Superhero – Il più dotato dei supereroi, per la regia di Craig Mazin, già co-autore di due volumi di Scary Movie. “Stupido”, letteralmente: “sono stordito, resto attonito”. Non c'è aggettivo etimologicamente più adatto a commentare la natura di questo prodotto e la reazione che suscita. Dispenser di facile cinismo e umorismo fritto in olio vecchio, del divertimento promesso non reca traccia. Lanciare lo scienziato disabile Stephen Hawking giù dal tetto, prendere a craniate il Dalai Lama, fare pipì nei pantaloni o venire interrotti durante una dichiarazione d'amore dall'inesauribile gas intestinale di zia Lucille, più che lo spasso induce la pietà per David Zucker, responsabile di cult come L'aereo più pazzo del mondo e Una pallottola spuntata!, ridottosi a produrre la serie zeta.
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La parodia è un genere che, fortunatamente, non morirà mai, ma Superhero ha certamente provato ad ucciderla. Forse voleva essere coerente con se stesso, visto che la ricetta di base di questa riscrittura prescrive che il protagonista, l'attore e musicista Drake Bell, sia condannato a uccidere tutti coloro che si mette in testa di salvare. Ma è una trovata che allontana troppo il clone dal suo modello, pregiudicando ancora una volta l'effetto ridicolo. Come Rick, un supereroe che non sa volare, il film non riesce a dimostrare la sua ragione di esistere e manca del tutto, raffazzonato com'è, di autonomia e interesse.
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L'inserimento in coda, senza però soluzione di continuità, delle scene non inserite nel montaggio definitivo, appare, infine, come un'ammissione d'incapacità, se è vero che la comicità è prima di tutto perfezione nella misura e acuta capacità di selezione. Pamela Anderson è uno specchietto per le allodole; non compare che per qualche secondo, per giunta mezza invisibile. Anche Leslie Nielsen, nei panni di zio Albert, è confinato in uno spazio piuttosto ridotto, ma è l'unico che riesce a strappare una risata, con la solita classe di quando interpretava il mitico tenente Travis....

lunedì 19 maggio 2008

Recensione - Afterhours - I milanesi ammazzano il sabato


Un album pienissimo, ancora una volta capace di sorprendere e dare nuova identità (e personalità) alla band milanese, in costante evoluzione, invecchiata, matura, eppure capace di trasgredire in modo sorprendente ogni ordine precostituito.
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Mai una maschera fissa, mai un riferimento che duri più di qualche anno: dall’esordio italiano squisitamente punk (o era solo un rock nuovo?) di “Germi”, alle inflessioni più melodiche e pop di “Hai paura del buio?”, dal suono psichedelico ed intimista di “Quello che non c’è”, alla consacrazione e successiva versione export (con relativa tournée americana) di “Ballate per piccole iene”.
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Tutto in ascesa, tutto in mutazione, tutto tra cambi di pelle e nevrosi di identità.“I milanesi ammazzano il sabato” arriva anticipato da un’inedita attività promozionale: due singoli, video e un ep, abbastanza per capire come l’attesa nei confronti del gruppo sia cresciuta, e con essa la necessità di digerire definitivamente il loro suono nella nostra cultura musicale. Quattordici tracce probabilmente difficili da masticare ad un primo ascolto, che lasciano un primo acido/dolce sapore che alimenti in crescendo fino a fargli conferire una giusta disposizione emotiva. Si cementano col tempo, si stagionano coi giorni. E pian piano si plasmano, e ti plasmano. Quattordici tracce che in un certo senso tornano a qualcosa che si era accantonato (ma non abbandonato). Se qualcuno pensava che il loro spirito rock fosse ormai destinato a finire in cantina a vantaggio di qualcosa di meno esplicito e pop (il parto gemellare italo/anglofono questo aveva lasciato prevedere), si sbagliava. Le energie rauche e sbraitanti di Manuel Agnelli sono ancora capaci di conferire vitalità e grinta, esaurimento e poesia, addolcendo gli animi dei più nostalgici così come quelli dei nuovi adepti.
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Canzoni come “Tutti gli uomini del presidente” o “Pochi istanti nella lavatrice”, sono nuovi incastri lego che segnano la conferma di un dinamismo tutto italiano, ancora una volta, consentendo al gruppo di riprende saldamente il controllo delle operazioni, sintetizzando al meglio il percorso compiuto fino ad oggi. Di notevole importanza anche l’innesto del nuovo acquisto Enrico Gabrielli, che con i suoi arrangiamenti fiatistici conferisce un ulteriore tocco di evoluta consapevolezza, di maturità artistica capace di saldare aspetti musicali estremi ed apparentemente dissociati.Le tematiche eterne di Agnelli si alternano anche qui, senza però mai annoiare o ripercorrere stereotipi d’annata: la paternità (“Orchi e streghe sono soli” è la splendida ninnananna di un re bastonato e ringhioso), la Milano che ammazza, la vita di coppia, la sessualità: tutto raccontato con la necessità metaforica di sottintesi mai espliciti, tutto filtrato alla luce di un ermetismo moderno e carnale. Titoli come “Riprendere Berlino”, “Neppure carne da cannone per Dio” o “È solo febbre” si portano in spalla il carico di venti anni di attività costantemente giocata sul filo di una provocazione beffarda e poetica, che anche questa volta non manca di contraddistinguere il carattere del lavoro.Loro nascono sempre, loro sono l’Italia musicale che conta, loro sono un respiro che si schianta per eccentricità e adrenalina, che vive veloce e muore giovane ma ogni volta rinasce.
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Un album tanto straniante quanto familiare, pieno di personalità; un lavoro denso, difficile da sottintendere a schematismi di qualunque natura, a confermare la grandezza di una band in grado di rigenerarsi ogni volta per continuare a sorprendere.
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Tracklist:
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1. Naufragio sull’isola del tesoro
2. È solo febbre
3. Neppure carne da cannone per Dio
4. Tarantella all’inazione
5. Pochi istanti nella lavatrice
6. I milanesi ammazzano il sabato
7. Riprendere Berlino
8. Tutti gli uomini del presidente
9. Musa di nessuno
10. Tema: la mia città
11. È dura essere Silvan
12. Dove si va da qui
13. Tutto domani
14. Orchi e streghe sono soli
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martedì 13 maggio 2008

Recensione - Notte brava a Las Vegas

Regia: Tom Vaughan
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Genere: Commedia
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Cast:
Cameron Diaz: Joy McNally
Ashton Kutcher: Jack Fuller
Rob Corddry: Steve "Hater" Hader
Treat Williams: Jack Fuller Sr.
Lake Bell: Tipper
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Jack Fuller è uno scapolo impenitente che non finisce mai quello che comincia, Joy McNally è una bionda broker di New York che porta tutto diligentemente a termine. Lui perde il lavoro per poca applicazione, lei il futuro sposo per troppa sollecitudine. Licenziati senza troppi convenevoli, trovano rifugio e piacere a Las Vegas, dove si incontrano, si ubriacano e si sposano. Finiti gli effetti dell'alcol cercano di divorziare e di conservare tre milioni di dollari vinti da Jack con il quarto di dollaro di Joy. Peccato che un giudice tradizionalista decida per loro altrimenti: sei mesi di convivenza forzata e congelamento della vincita al Jackpot. Intraprenderanno così un periodo obbligato e "idilliaco" da marito e moglie.
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Notte brava a Las Vegas è una commedia romantica perfettamente sospesa fra la verticalità dello skyline di New York e le architetture a tema di Las Vegas. La commedia della nuova Hollywood, dopo aver sdoganato, consumato e perduto ogni segreto dei corpi, sembra trovare nella "notte brava" di Cameron Diaz e Ashton Kutcher i tempi giusti e l'energia erotica necessaria a sostenere l'arte dell'allusione. Questa volta la posta cruciale non è né il sesso, né il piacere, ma il matrimonio, o meglio il ri-matrimonio. Perché Jack e Joy si sono già sposati a Las Vegas per eccesso di alcol, di ormoni e di leggerezza (probabilmente generazionale). Costretti a una sei mesi di formazione sentimentale, che guarda con nostalgia alla "notte" di Frank Capra, la coppia Kutcher/Diaz darà corpo e vita ad un'irresistibile ed inesausta performance screwball, una guerra tra sessi e tra due individualità menomate. A Joy manca la capacità di abbandonarsi, a Jack la capacità di trattenere. Lei conserva il posto di lavoro e l'anello di una promessa d'amore infranta, lui lascia andare il lavoro e qualsiasi promessa di amore eterno. Sposandosi a Las Vegas e divorziando a New York recupereranno il "senso" mancante e la pienezza dei sensi, evolvendo fino a scoprirsi innamorati. Dalla città al grado zero dell'urbanità, della architettura e della cultura si sposteranno nella città della socialità, dell'arte e del pensiero.
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Lo spazio urbano non offre perciò soltanto un climax sentimentale ma accompagna e traduce, amplificata e allargata, la storia d'amore di Jack e Joy: la commedia del matrimonio celebrato in un simulacro urbano contro una città che, come l'amore, ha bisogno di essere vissuta e consumata quotidianamente per essere realmente compresa.
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Cameron Diaz è al solito abilissima ad alzare i toni quando occorre e Ashton Kutcher lo è altrettanto a contenerla; nonostante la trama non presenti essenzialmente nulla di nuovo rispetto alle solite commedie, la bravura degli attori e le molte scene comiche tengono alto e piacevole il ritmo del film.

venerdì 9 maggio 2008

Brian Eno mette un pò di colore ai coldplay


A detta di Chris Martin 'Viva la vida or death and all his friends' (viva la vita o la morte e i suoi amici) è il primo album 'a colori' dei Coldplay. O meglio, il primo in cui la band inglese si sente abbastanza sicura del proprio successo da provare a percorrere nuove strade senza l'incubo di dover ragionare, scrivere, e cantare come i golden boy di 'Trouble' o di 'In my place'. Se 'Violet hill', col relativo video girato dalle parti di Enna, è stato un pugno nello stomaco a tutti quelli che avrebbero voluto sentire il quartetto inglese reincidere 'Parachutes' per l’eternità, il resto del disco (in uscita il 13 giugno) ribadisce la sua voglia di disimpegnarsi da quel suono 'Mtv addicted' che ne aveva frenato gli slanci durante la lavorazione del predecessore 'X & Y'.
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Il nuovo corso della band inglese è cominciato da The Bakrery, l’ ex panetteria di Fleet Road, nel quartiere residenziale di Hampstead al Nord di Londra adottata dai Coldplay come quartier generale; una casetta tipo Mary Poppins, dipinta di verde, accanto il wine bar 'Ravel’s Bistrot'. Qui, una sala di registrazione a loro disposizione ventiquattro ore su ventiquattro in cui lavorare senza il bisogno di emigrare negli studi 'belli e costosi' di mezzo mondo. Poi sono arrivati due produttori di gran nome quali Brian Eno e (su consiglio di Win degli Arcade Fire) Markus Dravs, e infine un amico di vecchia data, l’ex manager Phil Harvey rientrato apposta dall’Australia per sovrintendere alle registrazioni e smussare gli spigoli della band nei momenti più delicati. Opera che gli è valsa un posto da zquinto Coldplay nei crediti riportato sul libretto del cd. Il risultato sono dieci canzoni, tre delle quali con due corpi e due titoli distinti, in bilico tra i violenti archi della stessa 'Viva la vida' e i retaggi anni Sessanta di quella 'Cemeterys of London' che sembra lambire i lidi di 'The house of rising sun', dall’imperioso crescendo organistico di 'Lost!' all’epilogo 'nascosto' di una 'The escapist' che sembra riportare Eno addirittura ai tempi antichi della trilogia berlinese di Bowie.
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"Brian ha portato slancio, esaltazione, follia, sensualità, dandoci un tocco alieno e molto Roxy", ammette Martin commentando l’opera del produttore, reduce da un passo falso, 'The boy with non name' dei Travis, e da un gran bel disco incapace però di cogliere i risultati sperati come 'Surprise' di Paul Simon. Ma lavorando a 'Viva la vida or death and all his friends' l’alchimista elettronico non si è fermato davanti a nulla; ingaggiando addirittura un illusionista per rilassare i suoi pupilli prima delle registrazioni e incidendo alcuni cori in una chiesa di Barcellona per far loro respirare il giusto clima madrigalista. Anche se, cosa abbastanza paradossale per il produttore principe degli U2, il suo risultato maggiore Eno l’ha colto ripulendo per quanto possibile la musica dei Coldplay dagli invadenti influssi di Bono e The Edge. "Abbiamo registrato gran parte del disco praticamente in presa diretta disposti nello studio di registrazione come se ci trovassimo su un palco" spiegano i quattro.
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"Eno e Dravs hanno idee molto chiare e pretendono da te altissimi standard qualitativi. E’ il loro modo di lavorare: prendere o lasciare". Il risultato di tutto questo lavoro, non sempre digeribile al primo ascolto, si potrà apprezzare già dai due concerti, il 16 giugno alla Brixton Academy di Londra e il 23 al Madison Square Garden di New York, nell’attesa di varare il tour vero e proprio che dovrebbe approdare in Italia a fine settembre.
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Se sulla copertina del disco c’è la Marianne francese dipinta un secolo e mezzo fa da Eugène Delacroix nel suo 'La libertà che guida il popolo' oggi conservato al Louvre, il titolo pesca altrove. I nomi più o meno bizzarri, d’altronde, sono sempre stati una caratteristica di Martin (capace di chiamare senza un filo di rimorso Apple e Moses i figli avuti da 'Iron woman' Gwyneth Paltrow) e 'Viva la vida or death and all his friends' non fa eccezione, proveniendo dalla natura morta 'Viva la vida, l’ultimo quadro di Frida Kahlo "anche se, chissà perché, la gente è portata ad associarlo più facilmente a Ricky Martin".

giovedì 8 maggio 2008

55 candeline per Alex.... Auguri!....


L'8 maggio 1953 nasceva Alex Van Halen, mitico batterista dei Van Halen, e mentre spegne le 55 candeline sulla torta, mi pare giusto e doveroso ricordare quelle "4 cose" che hanno combinato lui e il suo fratellino Eddie.... :P
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Il gruppo nasce a Pasadena, in California, nel 1973, quando il cantante David Lee Roth si unisce al trio composto dai due fratelli Alex ed Eddie Van Halen, e al bassista Michael Anthony. Il gruppo inizia a farsi conoscere nel circuito dei club e dei bar di Los Angeles con il nome Mammuth, ma presto è costretto a cambiarlo per motivi legali, dato che la denominazione appartiene già a un altro gruppo. Su raccomandazione del bassista dei Kiss Gene Simmons, il gruppo finisce tra le mani del produttore Ted Templeman, che permette loro di incidere il primo album, nel 1978, un vero e proprio capolavoro. Il disco vende due milioni di copie in un anno, trainato dall’incredibile voce di David Lee Roth e dalle acrobazie chitarristiche di Eddie Van Halen, eletto miglior chitarrista del mondo. Il successivo VAN HALEN II non fa altro che attenersi alla formula di successo già sperimentata con il primo lavoro, anche perché è quella che maggiormente rappresenta l’onestà artistica del gruppo, mentre WOMEN AND CHILDREN FIRST vede il gruppo espandere i propri orizzonti musicali grazie all’uso dei sintetizzatori. FAIR WARNING finisce per essere così un album spiccatamente diverso dai precedenti, mentre DIVER DOWN segna il punto più basso della carriera del gruppo, che mette insieme un album sommamente deludente per quanto concerne il proprio materiale inedito, mentre si salvano soltanto le cover. Il 1984 li riporta in vetta alle classifiche con singoli come "Jump" e brani clamorosi come "Panama" e "Hot for theacher", mentre Eddie Van Halen con "Jump" e "Beat it" di Michael Jackson inanella i due migliori assoli di chitarra della sua carriera.L’anno successivo, tuttavia, David Lee Roth abbandona il gruppo per proseguire come solista e il gruppo lo sostituisce con Sammy Hagar: la nuova formazione pubblica nel 1986 l’album intitolato 5150, dal numero usato in codice dalla polizia per indicare le menti criminali: l’album finisce per essere il maggior successo del gruppo, ma il successivo OU812, pur arrivando al numero uno in classifica, non è allo stesso livello, mentre meglio sembra essere FOR UNLAWFUL CARNAL KNOWLEDGE, trasformato nell’acronimo F.U.C.K.. Un album dal vivo separa questa triade di lavori dal successivo BALANCE, che finisce per essere l’ultimo sforzo del gruppo con Hagar al canto.
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Dopo la pubblicazione di un greatest hits che vede alla voce in due inediti ancora David Lee Roth, il gruppo prende Guy Cherone dagli Extreme come proprio cantante e con lui, nel 1998, pubblica VAN HALEN III. Dopo questo disco – il peggiore in termini di vendite – Cherone lascia il gruppo, facendo pensare a un allontanamento dell’idea di un nuovo incontro tra Roth e la band. Dubbi in un primo tempo fugati dallo stesso Roth che annuncia nel 2001 di stare registrando del nuovo materiale con i Van Halen. Sfortunatamente il progetto di un nuovo album sembra accantonato.
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Nel 2003 però la band – a cui si aggiunge nuovamente Sammy Hagar - pubblica una nuova raccolta dei più grandi successi più tre inediti intitolata THE BEST OF BOTH WORLDS con lo stesso Hagar alla voce. Nel 2004 i Van Halen ritornano in tour con un esito positivo: la tournée si rivela tra le più remunerative dell’anno, ma i problemi di alcol di Eddie raffreddano nuovamente i rapporti con Hagar che si rifiuta di proseguire con la band. Nel settembre 2006 il bassista Michael Anthony viene cacciato dal gruppo e viene rimpiazzato da Wolfgang Van Halen, il figlio di Eddie. L’anno successivo i Van Halen vengono inseriti nella Hall of Fame. I membri della band – con Hagar che ritorna ad esserne la voce – annuncia l’intenzione di pubblicare un nuovo album. Il tour è partito alla fine di settembre 2007 dal Nord America.
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DISCOGRAFIA
ESSENZIALE:
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1978 - Van Halen
1979 - Van Halen II
1980 - Women and Children First
1981 - Fair Warning
1982 - Diver Down
1984 - 1984
1986 - 5150
1988 - OU812
1991 - For Unlawful Carnal Knowledge
1993 - LIVE: Right Here, Right Now
1995 - Balance
1996 - The Best of Van Halen, Vol. 1
1998 - Van Halen III
2004 - The Best of Both Worlds
2007 - Best of (1978-1984)
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mercoledì 7 maggio 2008

Recensione - Iron Man


Regia: Jon Favreau
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Genere: Azione
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Cast:
Robert Downey Jr. - Tony Stark/Iron Man
Terrence Howard - Rhodey
Jeff Bridges - Obadiah Stane
Shaun Toub - Yinsen
Gwyneth Paltrow - Pepper Potts
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Anthony Stark è un inventore geniale e miliardario col vizio delle donne (tante) e delle attività filantropiche. Ereditato patrimonio e ingegno dal padre scomparso in un incidente d'auto, Tony (per amici e amichette) conduce e amministra le Industrie Stark, produttrici e prime fornitrici di armi per il governo americano. Durante un test in medioriente, per verificare l'efficienza di un'arma sperimentale, viene catturato da un gruppo di estremisti. Ferito al cuore da una scheggia è soccorso e curato da Yinsen, un fisico esperto di cibernetica che gli applica un organo artificiale. Obbligato dai guerriglieri a costruire un'arma invincibile per la loro causa, Tony progetta in segreto un'armatura per fuggire alla prigionia. Rientrato negli Stati Uniti è deciso a cambiare vita, a riparare alle ingiustizie e a "industriarsi" a favore dei più deboli. Perfezionata l'armatura con la tecnologia avanzata diventa Iron Man, un (super)eroe "umano, troppo umano".
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Fumetto e cinema nascono insieme più di un secolo fa e si spiano da subito. Due linguaggi con origini diverse e identità distinte che pure hanno saputo dialogare intensamente: confrontandosi, convivendo, divorziando, riconciliandosi e riconfigurando le reciproche estetiche. L'Iron Man di Jon Favreu, nell'intensa economia di scambio tra fumetto e cinema, realizza un enorme salto di qualità, dimostrando la reciprocità produttiva dei due linguaggi, che nell'ultimo decennio si era spinta in direzione di un'autentica cannibalizzazione.L'archivio "eroico" della Marvel è diventato un vero e proprio laboratorio per la creazione, anche se non sempre riuscita e puntuale, di nuovi modelli estetico-narrativi dell'industria cinematografica, come dimostra l'insistita trasposizione sullo schermo di un esteso repertorio dei loro personaggi: da Spider Man agli X-Men, dai Fantastici Quattro ad Iron Man, e per continuare nel futuro prossimo con Hulk e Capitan America. Creato da Stan Lee, Don Heck e Jack Kirby nel 1963 per la rivista "Tales of Suspense", Iron Man è un eroe conservatore che ieri ha "armato" il Vietnam ed oggi "attrezza" l'intervento afgano. Come Batman è orfano di padre e madre, come Batman si ritrova sul tetto di casa vestito da eroe mascherato (e non da supereroe) contro una luna rotonda, come Bruce Wayne è industriale multimiliardario, playboy incallito e filantropo svagato. Le affinità terminano qui, perché Tony Stark e il suo alter ego metallico sono tutt'altro che rabbuiati, non hanno paura di cadere (ci si può sempre rialzare), non hanno paura di sbagliare. Iron Man è l'esoscheletro (quasi) invincibile di un reduce che ha deciso di risarcire il mondo. Jon Favreu, subito dopo i titoli di testa, gira la scena originaria, quella che origina il film e dà origine all'eroe. Come tutti i suoi compagni di supervite e superavventure, Tony Stark ha subito un incidente e una perdita traumatica (quella del cuore). Di questa scena primaria la caverna dei ribelli è lo scenario, il luogo in cui avviene l'esperienza dello smarrimento, il processo di apprendimento dell'uomo e la conversione nell'eroe.
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Dopo essere stato un disegno animato in A Scanner Darkly, Robert Downey Jr. torna a recitare con sfondi agitati, indossando un'armatura, sviluppando una doppia identità e combattendo il supervillain di Jeff Bridges (irriconoscibile nei panni del cattivo per chi lo ricorda ne "Il grande Lebowsky"). Soltanto la performance glamour di Robert Downey Jr. poteva trovare l'equivalente plastico-dinamico del personaggio disegnato su carta, restituendone l'aura ed eliminando la seccatura del ridicolo, che si ripresenta a ogni traduzione del fumetto al cinema.
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Una nota molto positiva è da aggiungere per la colonna sonora, il film inizia sulle note della grandissima "Back in black" degli AC/DC e non può che concludersi con "Iron Man" dei Black Sabbath, ottima musica per un ottimo film.

venerdì 2 maggio 2008

....Immortali anni '80....

Negli Stati Uniti si prepara una seconda British Invasion, a 45 anni da quella caratterizzata dallo sbarco oltreoceano dei Beatles e dei Rolling Stones. Si tratterà, questa volta, di un'onda musicale anomala, di una New Wave di ritorno che ad agosto attraverserà l'America da costa a costa portando con sé le note degli Human League, degli Abc e di una manciata di altri gruppi inglesi che negli anni Ottanta travolsero letteralmente le vite dei teen ager di tutta Europa, imponendo loro non soltanto un nuovo gusto musicale ma soprattutto un nuovo e rigoroso decalogo estetico. Fu proprio in quel periodo e grazie a quella musica (new wave prima e new romantic subito dopo) che si cominciò a parlare di look, e poco conta se a riguardarli oggi quegli abiti coloratissimi e quelle acconciature fanno più orrore che tenerezza.
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Con una punta di autoironia che non guasta, il giro di concerti si chiamerà "The Regeneration Tour"; partirà il primo agosto da Phoenix e si concluderà il 29 ad Atlanta, toccando le maggiori città americane. Il concerto punterà sulle hit più note, da "Don't you want me baby?" a "The look of love", e oltre agli Human League e agli Abc vedrà sul palco i Dead or Alive, gli A Flock of Seagulls (noti forse solo per la loro "I run" e per i ciuffi a schiaffo realizzati da perfetti parrucchieri quali effettivamente erano), i Naked Eyes e l'unica americana del cast, Belinda Carlisle, che intraprese una carriera solista e più decisamente pop solo dopo aver abbandonato il gruppo punk e new wave delle Go-Go's.
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Gli organizzatori del tour ne parlano come di una versione inaugurale e sul loro sito propongono un questionario dal titolo: "Chi non dovrebbe mancare il prossimo anno?". Segue una lunga lista che comprende tra gli altri i Tears for Fears (ad oggi i più votati), gli Spandau Ballet, i Big Country, i Gang of Four, i Level 42, gli Echo and the Bunnymen e le Bananarama, il gruppo femminile inglese di maggior successo di tutti i tempi. Segno che la volontà di dare continuità all'evento ha già una folta base di adesioni tra gli artisti di allora.
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Del resto il Regeneration Tour non è un segnale isolato del rinnovato interesse per la musica degli anni Ottanta: i Duran Duran stanno ottenendo grande successo sia dal vivo sia nelle vendite di dischi, i Cure di Robert Smith sono recentemente tornati in concerto anche in Italia. Ed è appena uscito il nuovo album che segna il ritorno sulle scene dei B-52's, un gruppo che con i Rem animava all'epoca la scena rock alternativa di Athens in Georgia, puntando con forza sia sulla musica sia su una trasgressiva componente estetica.
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Ma non si tratta solo di ritorni e di nostalgia, perché è il suono di quella stagione del rock che evidentemente ancora riesce a catturare l'attenzione del pubblico e dei più giovani. Non si spiegherebbero altrimenti le chitarre e il cantato "epico" di gruppi di grande successo oggi come i Muse, gli Interpol, gli Arctic Monkeys e gli Editors che sembrano pescare esempi a piene mani dalla produzione musicale dei loro fratelli maggiori, dagli U2 ai Talking Heads, dagli Ultravox ai Simple Minds e agli Heaven 17.