lunedì 29 novembre 2010

Recensione - Peter Case - Wig!


Ciao a tutti!

Finalmente, grazie a un po' di tempo, riesco a riprendere anche qualche recensione, e oggi vi parlo di "Wig!", l'ultimo lavoro di Peter Case, uscito qualche mese fa'.

Peter Case è un nome poco conosciuto a livello internazionale, ma tra gli appassionati di musica, e in particolare del rock classico e del blues, è molto apprezzato, nonostante praticamente nessuno dei suoi pezzi abbia mai avuto un eco internazionale, se non quella "Hanging on the Telephone" incisa dai suoi The Nerves a metà anni '60 e poi portata alla ribalta dai Blondie.

Peter riprende in mano chitarra e armonica dopo un brutto periodo, caratterizzato anche da seri problemi di salute, problemi che però sembrano avergli dato un'ottima ispirazione, si chiude in studio e nel giro di un paio di settimane tira fuori un disco che si può senza tanti fronzoli inserire tra i suoi migliori. Siete pronti ad ascoltare un grande album? Il vinile è già sul piatto, appoggiamo la puntina, si parte!

L'album si apre con "Banks of the river", che inizia come un blues oscuro, a cui si aggiunge un pianoforte martellato in stile Ray Manzarek e la voce lenta e avvolgente di Peter, anche questa molto Doors, per poi, passato il primo minuto, alzare il ritmo con sonorità rock'n'roll classiche e un tocco di armonica. La prima traccia si chiude quasi sottovoce, per dare spazio a una 6 corde con effetti eco e wah wah, è l'inizio di "Dig What you're putting down", che come la precedente parte in sordina per poi dar sfogo a un rock di vecchia scuola, con l'immancabile armonica e una voce da cantastorie, e la ciliegina sulla torta arriva nelle pause strumentali, con vere e proprie perle di tecnica chitarristica. Per concludere la trilogia iniziale arriva la prima parte di "House rent jump", altro rock'n'roll che più classico non si può, ma che lentamente si trasforma, e senza che l'ascoltatore se ne accorga il pezzo si fa più rockabilly, quasi un punk morbido che conduce al pezzo successivo, e cioè "New old blue car", più elettrico, più sporco, ma senza mai sfociare nel punk vero e proprio, se non lo sapeste potreste tranquillamente confondere questa traccia con una delle più classiche di Neil Young.

Insomma, già alla quarta traccia "Wig!" ha attraversato almeno 4-5 generi diversi, e ora si cambia di nuovo, si ridiscende verso il blues, ma prima si passa per una via di mezzo tra la psichedelia e lo swing, "Look out!" è proprio questo, torna a farsi importante il pianoforte dell'inizio dell'album, le 6 corde rimangono in elettrico e con questo pezzo è impossibile non battere il piede.... Ma come se non bastasse, lo spettacolo è tutto ancora da sentire, da qui in avanti è un alternarsi di sofferenza e divertimento, di blues e rock da ballare, siamo al giro di boa, la sesta traccia, "Thirty days in the workhouse", sa di polvere, di sole cocente, campi di cotone e sofferenza, è un blues puro, che sembra arrivare direttamente da una casetta in legno del mississippi, da una ricetta fatta di chitarra scordata, armonica e vibrazioni dell'anima.

Dalle rive del grande fiume si finisce dritti dritti in un dancing anni '50-'60, "Ain't got no dough" è un gran boogie da pista, con l'aggiunta della solita armonica che fa un po' country, divertente e con un ritmo incalzante e coinvolgente, anche qui provate a non battere il piede se ce la fate!.... Ora siamo alla traccia 8, secondo me la vera perla del disco, e cioè "My kind of trouble", qui si ritorna al blues, quello oscuro e sofferto, il ritmo lento dei tasti del piano ticchettati con forza e una batteria soffusa quanto basta fanno da sottofondo al parlato di Peter, che pare essere un carcerato, seduto sul bordo della sua brandina sfatta e cigolante, coi piedi a terra, i gomiti poggiati sulle ginocchia e l'armonica vicino alle labbra, non ascoltate questo pezzo da soli al buio, la malinconia è lì dietro l'angolo ad aspettarvi....

Con "Somebody told the truth" abbandoniamo per un attimo il blues e ad aspettarci ci sono 4 minuti di genialità, in questo pezzo c'è tutto l'estro di Case, si inizia con sonorità più psichedeliche e moderne, ma si notano in sottofondo percussioni quasi reggae e si scorge nella voce a tratti stranamente roca di Peter una vena soul. I successivi due brani, "The words in red" e "Colors of night" sono rispettivamente un surf rock con ritornello punkeggiante in stile Clash e un rock anni'50-'60 alla Elvis che pian piano diventa più hard e elettrico. L'album si chiude con "House rent party", un altro blues parlato, suono spezzettato, armonica e le vostre dita che cominciano a schioccare senza che nemmeno ve ne accorgiate....

Insomma, a 3 anni da "Let Us Now Praise Sleepy John" Peter Case torna a deliziare i (purtroppo) pochi che lo conoscono con uno dei suoi migliori e più profondi album, Peter è sempre rimasto in sordina, non ha mai attratto le grandi masse, nonostante l'apprezzamento di gente del calibro di Bruce Springsteen, Rolling Stones, o Ry Cooder, con cui ha anche collaborato diverse volte, ma forse è meglio così, come ho sentito dire una volta da Benigni, "Se hai una montagna di neve tienila all’ombra, custodiscila e non esporla a troppa luce"....

ROCK ON!

3 commenti:

Massi ha detto...

M'hai incuriosito,lo sai?Vedrò di procurarmi sto disco....a proposito
bella recensione

Fed ha detto...

Non lo conosco (e vai, sempre a fare la figura dell'ignorante quando commento i post tuoi e di Massi), però mi hai davvero incuriosita, grazie mille per la segnalazione :)

lozirion ha detto...

@Massi: Grazie fratello! ^_^ mi fa piacere averti incuriosito, ascoltalo e poi fammi sapere che ne pensi!.... ^_^

@Fed: E va bè, mica si può conoscere tutto, sai quante volte tu parli di cose che nemmeno ho mai sentito nominare?.... Si fa' un po' per uno.... ^_-