venerdì 21 dicembre 2012

Intervista agli Akram e al loro Carpe Diem


Voce, chitarra, basso e batteria. Quattro elementi, la formazione base di una band, semplice ma estremamente efficace, ed è con questa formazione che si presentano gli Akram, quartetto palermitano con la passione per il rock e per la musica italiana.

Dalla loro Sicilia i quattro si spostano dopo pochi anni nel milanese, dove, coadiuvati da Massimo Vecchi – bassista dei Nomadi nonché loro scopritore, amico e produttore – consolidano un sound personale composto da una musica di stampo americano ed una composizione tipicamente italiana.
Durante la permanenza a Milano la band ha la grande occasione di conoscere e collaborare con musicisti di classe e fama come Gabriele Lorenzi, già tastierista di Lucio Battisti nella Formula 3, Luca Volontè, sassofonista di Francesco Baccini e Gianluca Grignani, Patrix Duenas, bassista e percussionista di Edoardo Bennato, e Graziano Rampazzo, grande batterista di Eugenio Finardi, esperienze che fanno crescere i palermitani e che aggiungono un tassello al percorso verso il debutto ufficiale della band, debutto che, anticipato dal singolo “Carpe diem”, si avvicina sempre di più e che si preannuncia un album decisamente interessante e ricco di collaborazioni illustri. Una buona occasione per conoscere meglio questi quattro ragazzi e la loro musica…

Ciao ragazzi! Cominciamo con le presentazioni, chi sono gli Akram e come nascono?

Nasciamo nel 2007, sulle Madonie, in provincia di Palermo. La voglia è sempre quella di dare un segnale forte proveniente da una terra così difficile da gestire anche artisticamente parlando. Ci siamo trovati “facilmente”…Beh sulle Madonie non è difficile rintracciarci. Ci conosciamo tutti e tutti sappiamo tutto di tutti. È stato semplice unire i nostri ideali, le nostre forze, la nostra voglia a modo nostro di amare la musica. Siamo in 4: Mirko Pellicane voce; Francesco Pantano  basso; Domenico Inguaggiato batteria; Max Piro chitarre.

Siete nati in Sicilia, terra fertile del cantautorato italiano, ma forse un po’ ostica per quel che riguarda una musica di stampo più moderno e internazionale, quanto pesa la tradizione e quanto è difficile portare avanti un progetto come il vostro?

Le difficoltà che si riscontrano giornalmente in territori stupendi ma allo stesso tempo difficilmente gestibili come i nostri sono diverse. La tradizione, intesa soprattutto come genere musicale non è un ostacolo, anzi forse una fonte pura e selvaggia dalla quale attingere forza e coraggio. I problemi sono la scarsa raggiungibilità dei centri più grossi dove proporsi, per esempio; la politica che, più ti interni più pensa soltanto all’uovo di oggi piuttosto che alla gallina di domani e purtroppo la pressa del governo nazionale che preferisce isolarci piuttosto che valorizzare le risorse della nostra terra: arte in generale, musica, teatro ecc…ecc…

Massimo Vecchi, bassista dei Nomadi, vi ha scoperto, è il vostro produttore artistico e in qualche modo anche vostro mentore, parlateci del vostro rapporto con Massimo.

Akram: Beh, Massimo è a tutti gli effetti un fratello. Un padre musicale e consigliere. C’è grande rispetto reciproco a livello musicale e personale. Ci ha messo alla prova qualche anno fa, soprattutto per stimolarci ma lo ha sempre fatto con dolcezza e positività. E’ sempre attento e presente su tutto ciò che facciamo, anche nella vita privata. E’ stata una fortuna conoscerlo. E’ un grande artista, un grande musicista e un grande uomo.

Oltre a Massimo nel vostro curriculum potete vantare molte altre collaborazioni illustri, da Patrix Duenas a Luca Volontè, quanto sono importanti esperienze come queste per il percorso della band?

Akram: Sono fondamentali!!! Conoscere chi della musica è riuscito a farne veramente vita è come conoscere la Dea in persona. Il confronto continuo con personaggi del loro calibro è motivo di velocissima crescita artistica. È sempre un’emozione immensa quando lavoriamo con loro ma quella stessa emozione si trasforma in forza e convinzione. Un giorno con loro equivale ad un anno trascorso a studiare.

Di cosa parlano le vostre canzoni? E Come nascono?

Le nostre canzoni nascono dalla voglia di gridare al mondo intero che c’è qualcosa che non va. Che è sempre giusto reagire alle ingiustizie ma bisogna farlo con il massimo rispetto della persona. Scriviamo solitamente i testi e da lì si parte insieme verso un percorso che comprende l’arrangiamento e poi la produzione definitiva. Siamo una squadra che si mette a confronto giornalmente e che, musicalmente parlando non litiga mai. Come si può litigare su un’emozione, uno stato d’animo personale che si trasforma in ritmo, armonia e melodia?

Nel vostro sound si sente un’indole rock che pesca dal filone americano, ma anche un attaccamento alla musica italiana nella composizione e nella melodia, quali sono le vostre “muse ispiratrici” in questo senso?

Quello che abbiamo deciso di seguire è il senso di freschezza e l’impatto che si usa in America, per dire e trasmettere qualcosa. Siamo 4 ragazzi che abbiamo ascoltato di tutto: rock 70, dance, pop, musica leggera in generale, rap, rock contemporaneo ma se dovessimo identificarci o dire che l’ispirazione è venuta perché abbiamo ascoltato “x” artista, questo non possiamo farlo. Non saremmo in grado di farlo. Il cuore batte e noi seguiamo il suo ritmo. L’attaccamento alla melodia e al testo italiano è obbligatorio. La melodia italiana è la più dolce in assoluto e anche la più difficile da organizzare.

È da poco uscito “Carpe Diem”, il vostro nuovo singolo che anticipa l’uscita del primo album ufficiale, cosa significa per voi “Carpe Diem”, e quali sono le vostre sensazioni all’avvicinarsi del debutto?

Per noi significa cogliere tutto ciò che la vita ci da senza soffermarsi troppo sui lati negativi. I lati negativi ci sono ma devono essere immagazzinati, rielaborati e gettati fuori sotto forma di idee positive e innovative. La vita, in un singolo istante può regalarci qualcosa che ad altri invece non basterebbe una vita per raggiungerla. Noi siamo pronti e al momento giusto la afferriamo e la teniamo stretta con tutta la nostra forza. Questo è il periodo più bello e complesso della nostra esistenza. Siamo ansiosi di farci conoscere e soprattutto di conoscere tutti coloro che avranno la pazienza di ascoltarci e seguirci. Siamo ansiosi di metterci a nudo di fronte al mondo intero.

Che progetti avete per il futuro? E, visto il periodo natalizio, cosa vorrebbero trovare gli Akram sotto l’albero?

Beh aspetteremo l’inizio del nuovo tour che sarà dedicato alla divulgazione del nostro album. Saremo in giro per l’Italia, in piazze, teatri e locali vari. E in giro per le radio nazionali e tutti potranno seguirci collegandosi al nostro Sito. E per Natale sinceramente sotto l’albero vorremmo trovare un’Italia nuova. Un’Italia fatta ancora di sogni e speranze. Perché il nostro Paese è sempre stato ricco di tutto ciò e non di povere illusioni.





Intervista pubblicata su Oubliette Magazine

lunedì 17 dicembre 2012

Metal italiano: The Wild Child su Rock Hard!



Ciao a tutti!

Si parla di metal oggi, e - come raramente succede - di metal italiano, più precisamente dei The Wild Child, band nata nel 2004 a Chiavenna e che ha già alle spalle un album di debutto ("In the next life") datato 2007 e un nuovissimo album omonimo che sta ricevendo apprezzamenti da diverse riviste dell'ambiente hard&heavy. L'ultimo di questi in ordine cronologico è anche uno dei più prestigiosi: la rivista Rock Hard ha infatti inserito la band all'interno dell'annuario del metal italiano 2012, almanacco delle uscite più interessanti dell'anno allegato al numero di dicembre del magazine:

I The Wild Child sono Cristian Nava (voce e tastiere), Marco Gilardoni (chitarra ritmica e solista),  Paolo Gilardoni (basso), Mattia Ardenghi (chitarra ritmica) e Andrea Martocchi (batteria), cinque ragazzi con la passione del rock duro e del metal classico che, come spesso succede, muovono i primi passi come cover band dei gruppi pilastro del genere, dai Black Sabbath ai Judas Priest - giusto per citare due nomi da cui non si scappa in questi casi -, ma che in seguito decidono di scrivere canzoni proprie e tentare in un certo senso il tutto per tutto, perchè emergere di questi tempi è già difficile, e lo è ancora di più se si sceglie un genere musicale con decenni di storia alle spalle e migliaia di band con cui concorrere. Il coraggio viene premiato prima nel 2007 con "In the next life", album che apre la strada del gruppo verso un pubblico più ampio, e poi proprio quest'anno, con l'uscita di "The Wild Child", album della conferma, tecnicamente più maturo e omogeneo.

L'album è  fortemente legato alla tradizione del genere, ed è ricco di tutte quelle sonorità ruvide e potenti che lo caratterizzano da sempre, musicalmente niente di innovativo quindi, ma i pezzi sono tremendamente esplosivi, di quelli che fanno incessantemente battere il piede e fanno crescere i muscoli del collo a forza di headbagging, e già questo è un ottimo motivo per parlarne. A breve pubblicherò una recensione più approfondita del disco, ma nel frattempo segnatevi il nome dei The Wild Child, e se volete saperne di più, ascoltare qualche pezzo online o segnarvi qualche appuntamento live, in attesa della recensione qui sotto potete trovare tutti i riferimenti:

MySpace - http://www.myspace.com/thewildchildband
Facebook - http://www.facebook.com/pages/The-Wild-Child/46702569485
Ufficio Stampa e promozione ELFA Promotions - www.elfapromotions.com

ROCK ON!

sabato 15 dicembre 2012

Grazia Negro - Ragazze Forty



C'è una sorta di fisicità nella musica tutta, un forte impatto che trasforma un suono, una voce o una canzone in vibrazioni palpabili, tanto che l'ascolto può diventare un qualcosa di apparentemente visivo o addirittura tattile, e spesso è proprio questa capacità evocativa del suono a rivelare la giusta chiave di lettura per un'opera.

Succede così per ogni genere di musica, che si tratti di cantautorato di stampo emozionale, di dance da festa in spiaggia o di sporco rock da pogo; ovviamente ogni genere, con le sue peculiarità, evoca immagini diverse, ed è forse sulla base di queste che più si concretizza la collocazione di una canzone o di un intero album in un dato genere, al di là di strumenti utilizzati, regole stilistiche o vestiti di scena. In questo senso "Ragazze forty" si posizionerebbe nella categoria della "Musica leggera", non la musica leggera intesa come pop radiofonico senza conenuti troppo impegnativi, come le canoniche categorizzazioni insegnano (e ascoltandolo ce ne si accorge fin da subito), bensì una musica che fisicamente si posa soffice sulla pelle, come una camicia di seta, leggera ma avvolgente, elegante, fresca e raffinata, ma resistente. Resistente proprio come la sua autrice, Grazia Negro, salentina DOC, 40 anni tondi tondi ed una carriera artistica di almeno 15, attrice, cantante, autrice, trombettista e musa ispiratrice di Carlo Lucarelli per una serie di romanzi che la vedono protagonista nei panni di ispettore di polizia, inizia a suonare da autodidatta a metà degli anni '90, poi viene ammessa al conservatorio, dopo un anno lo lascia e si lancia in quella che diventa la sua vera formazione musicale, incline al jazz e alle sue mille sfaccettature, e fatta di corsi mirati, sodalizi con diverse formazioni, dagli Amarcord al Quartetto Zappalà, dagli Uccellacci a Il Combo Farango, esperienze musico-teatrali, riconoscimenti e partecipazioni ad album di artisti emergenti (non ultimo "Un meraviglioso declino", esordio discografico di Colapesce del gennaio di quest'anno), fino all'incontro con Roy Paci, con il quale collabora nel 2002 per il progetto Banda Ionica, diretto dallo stesso Roy, nel 2003 per l'album "Tuttapposto", e poi ancora dal 2006 al 2010 in varie vesti, dai cori alla produzione, negli album "Parola d'onore", "SuoNo Global", "BESTiario siciliano" e "Latinista". Una carriera decisamente invidiabile, difficile da riassumere in poche parole e qualche numero, perchè non si tratta soltanto dei dischi o delle collaborazioni, l'aspetto più importante è la tenacia, quella di chi arriva, nonostante tutte queste esperienze musicali alle spalle, a pubblicare il proprio album di esordio a 40 anni, "forty", come le "Ragazze forty" che ispirano lo spirito e il titolo dell'album.

Ragazze "Forty", dicevamo, ma anche "forti", quanto basta per non mollare mai, per rimettersi in gioco e andare avanti nonostante la fatica e i mille imprevisti di una vita, e soprattutto per tirare fuori un po' di ottimismo e prenderla come viene anche quando non tutto va per il verso giusto, alla faccia del "sesso debole". E' proprio così che Grazia introduce l'ascoltatore nella sua musica, con la voglia di lasciarsi i crucci alle spalle e con l'animo forte di chi non perde mai la speranza che le cose vadano meglio, aspetto che traspare già dalla opening-track, "I craj", easy jazz coinvolgente sul quale la cantante appoggia un gioco di parole significativo tra l'inglese e il dialetto pugliese ("craj", che suona come l'inglese "cry", "piangere", in dialetto significa "domani"), perchè "Dopotutto domani è un altro giorno, senza te in qualche modo poi farò, ma francamente io già lo so, e col vento andrà via anche una lacrima...". Quel che segue sono 45 minuti di una musica splendida che prende quel che c'è di buono nei generi più affini a Grazia e tutto rimescola in un morbido calderone dal quale prendono vita i 12 brani dell'album, in cui le sonorità si bilanciano alla perfezione, anche quelle che idelamente si posizionano più lontane dall'aura lounge ed easy jazz che pervade l'intero disco (ne è un esempio già "I craj" con un intermezzo scratchato, ma soprattutto "Sola è la terra", brano realizzato in featuring con Primo Brown - hip hopper di vecchia data e fondatore dei Cor Veleno - in cui alla base tipicamente rap si accostano in modo quasi inaspettato la voce e la cadenza jazzy della cantante leccese); in "Ragazze forty" si alternano il jazz - in tutte le sue declinazioni -, la musica chillout, il pop e il rap, ma anche la musica popolare e tracce di sound orientaleggianti, l'inglese, l'italiano, il portoghese e il dialetto pugliese, la pizzica e la capoeira, la fisarmonica, i fiati e il sax, persino il rock e le sue chitarre elettriche nella pungente "Vento d'Europa", e poi tanto, tanto altro ancora. E' in questa ambientazione dalle mille sfaccettature che Grazia esprime al meglio la sua creatività, dispensa sapientemente poesia ed energia, regalando spensieratezza e romanticismo in piccole dosi immerse in una raffinata ambientazione retrò che non stona mai, anzi, regala quel tocco personale che riesce a mettere in secondo piano persino l'innegabile influenza musicale e compositiva di Roy Paci.

Una grande, grandissima prova quella di Grazia Negro, che in questo album di debutto fortemente voluto mette tutta sè stessa, la sua passione, la sua tenacia e la sua carriera. "Ragazze forty" è la sintesi di 15 anni di vita artistica, un condensato di influenze ed esperienze, di arte, che anno dopo anno la cantante leccese ha proverbialmente imparato e messo da parte, ma soprattutto è un'elegante miscela di generi, suoni e strumenti che avvolge ed affascina riuscendo a non perdere mai la bussola, dipinge eterei paesaggi nella mente, incanta con soave romanticismo e traccia speranzosi sentieri lungo i quali muoversi per affrontare gli ostacoli della vita di tutti i giorni, con il piglio di chi guarda al domani con coraggio e determinazione, ma non sfocia mai nell'ottimismo cosmico, non racconta di mondi di fantasia, ma resta fortemente ancorato a terra, anche se volge lo sguardo alle stelle...

Voto: 7,5

Tracklist

1. I craj
2. L'astronave
3. Mi viene un brivido
4. Sola cammino
5. Pizzicapoeira
6. Il sogno di volare
7. Se tornasse caso mai (If he walked into my life)
8. Sola è la terra
9. Rimesto enigmatico
10. Senza tempo
11. Vento d'Europa
12. Caschi indifferenti



Recensione pubblicata su Oubliette Magazine

lunedì 10 dicembre 2012

Architecture of the universe - Il grande freddo



Spesso quando ci si trova di fronte a qualcosa di grandioso basta un solo istante per rendersene conto, come quando da una vetta si volge lo sguardo all'orizzonte e il panorama è talmente meraviglioso da non credere ai propri occhi, o quando si mette un disco nello stereo, si preme play, e dalle casse esce una musica splendida...

Nel nostro caso la musica splendida è quella di quattro ragazzi fiorentini: Michelangelo Puglisi, Francesco Colapietro, Andrea Guasti e Lorenzo Guazzini, in arte Architecture Of The Universe, nome splendido e mai così azzeccato, perchè la sensazione, quando si ascolta la musica della formazione toscana, è quella di trovarsi di fronte qualcosa di immenso, di incredibilmente ampio in termini di vedute artistiche eppure studiato, perfezionato nei minimi dettagli, come un grande universo in cui gli elementi si mescolano alla perfezione, si fondono l'uno con l'altro creando quella che gli antichi definivano proprio "architettura dell'universo", quel perfetto disegno celeste in cui ogni singola stella del firmamento sta al posto giusto, ed è così che Puglisi e soci costruiscono il proprio sound, cesellando ogni suono con cura e dosando accuratamente energia, melodie e campionamenti, per un risultato di livello davvero altissimo... Gli Architecture of the universe si formano nel gennaio 2010, e debuttano ufficialmente nell'ottobre del 2011 con l'EP "Parallel void", splendido esordio accolto a braccia aperte dalla critica, grazie ad un sound che prende spunto da ciò che di meglio è stato fatto nel post-rock degli ultimi 10 anni, e che non si limita al semplice scimmiottaggio di artisti e band come Mogwai o This will destroy you, ma aggiunge quel tocco di personalità che serve per uscire dall'anonimato del genere. Ad un anno esatto dal promettentissimo esordio arriva nei negozi di dischi il secondo lavoro della band, pubblicato il 1° ottobre e presentato con un release party al Controsenso di Prato il 5 ottobre.

"Il grande freddo", questo il titolo dell'album, un EP a dire la verità, ma quando con soli quattro brani si superano abbondantemente i 20 minuti la definizione di Extended Play sta un po' stretta... Quattro pezzi dai titoli molto significativi che avvolgono e conquistano già al primo ascolto, tutti rigorosamente strumentali e suonati con tecnica ineccepibile e ispirazione folgorante. Si parte con "Scoprirsi rosso", e subito l'atmosfera si colora di sfumature affascinanti, a tratti soft quando la batteria abbassa i toni e le chitarrre e il basso avanzano lenti, e a tratti nette, dense, piene di colori accesi quando le chitarre passano dal trotto al galoppo, il basso delinea profili più pesanti e le pelli dei tamburi vibrano intensamente. Una opening track debilitante, 8 minuti e 41 secondi in cui sembra di viaggiare in un'altra dimensione, eterea ma allo stesso tempo solida, in cui le parole non hanno significato perchè tutto è già chiaro e completo con la musica. A seguire arriva "L'attimo in cui tutto sembrava colorarsi", e il viaggio mentale continua, il panorama si amplia, gli strumenti si accostano, si sovrappongono e si sovrastano l'un l'altro in un ispiratissimo intreccio che regala nuove emozioni e dipinge nuovi scenari, il suono del gruppo si fa impeccabile e siamo forse di fronte al pezzo migliore dell'album, grazie ad una miscela di sonorità differenti per impatto e per influenze, ma amalgamate in modo eccezionale. "Per non sentirti vuoto anche domani" devi continuare ad ascoltare l'album, sembrano dire i quattro con il terzo pezzo, e hanno ragione, perchè il mix di post-rock di indole orchestrale e veemenza punk del brano riempie, carica di energia ed esalta, 4 minuti netti (è il pezzo più corto dell'album) che, una volta giunti al termine, non lasciano certo vuoti... A chiudere il disco c'è la title-track, "Il grande freddo", che richiama gli attimi più cavalcanti di "Scoprirsi rosso" e regala una sorta di ritorno dell'album su sè stesso senza soluzione di continuità, 'chè in fondo l'universo non ha un capo e una coda...

E' difficile in questi ultimi anni fare post-rock, o perlomeno è difficile farlo distinguendosi dalla massa, evitando di passare per i soliti cloni incolori dei grandi del genere. Gli Architecture of the universe ci sono riusciti, e già soltanto per questo andrebbero premiati, ma i quattro toscani sono andati ben oltre: sono cresciuti rispetto al precedente album, hanno preso il coraggio a due mani e sono andati avanti per la propria strada, si sono dati da fare e hanno sfornato un grandissimo lavoro, che - in questi anni in cui la musica è sempre più materiale di consumo ed in cui si vive sempre più di leak e hit buone giusto per qualche compilation - può fregiarsi con onore del titolo di "disco", titolo che torna ad assumere il preciso significato di un'opera più complessa della solita accozzaglia di brani fini a sè stessi. "Il grande freddo" è un piccolo universo in cui tutto sta al posto giusto, in cui ogni elemento ha il suo significato ed il suo spazio, un universo in cui si entra premendo play sullo stereo, ma attenzione a premere "Repeat all", potreste non uscirne più...

Voto: 8

Tracklist

1. Scoprirsi rosso
2. L'attimo in cui tutto sembrava colorarsi
3. Per non sentirti vuoto anche domani
4. Il grande freddo


Recensione pubblicata su Oubliette Magazine

lunedì 3 dicembre 2012

Sit-Rock: Video (not) kill the radio star - And the winner is...



Ciao a tutti!

Finalmente è arrivato il momento del verdetto finale di questa grande sfida! Quella tra Bersani e Renzi? Ovviamente no! Primarie o non primarie a capo del PD c'è ancora Pierluigi "OhRagassi!" Bersani e la cosa a dire la verità non fa nemmeno tanto notizia... Ma lasciamo perdere la politica (se la si può ancora chiamare così), e occupiamoci di cose più interessanti! Le urne per la votazione della Sit-Rock dedicata ai video musicali sono state chiuse ed è ora di incoronare il vincitore!

Questa volta le liste in gara erano ben 12 e votare non è stato per nulla semplice, ma alla fine il verdetto è stato raggiunto!

Sul gradino più basso del podio, a parimerito con il 15% dei voti salgono Boh e La Firma Cangiante! Complimenti ragazzi!
Ecco qui sotto le loro liste e playlist:

Boh

1. Skrillex - First Of The Year (Equinox)
2. Gorillaz - On Melancholy Hill
3. Pink Floyd - Another Brick In The Wall
4. Negramaro feat. Elisa - Basta così
5. Nightwish - The Islander
6. Enigma - Return To Innocence
7. Iron Maiden - Wildest Dreams
8. Tarja Turunen - My Little Phoenix
9. Ozzy Osbourne - Dreamer
10. Ghost in the Shell 2 - Innocence
11. Lindsey Stirling - Elements
12. Metallica - The Unforgiven II
13. 99 Posse - Stop That Train
14. P!nk - Funhouse
15. Queen - Innuendo
16. Evanescence - Whisper
17. Madonna - Frozen
18. ZZ Top - I Gotsta Get Paid
19. The Prodigy - Breathe
20. Apocalyptica ft. Gavin Rossdale - End Of Me



La firma cangiante

1. Aerosmith/Run D.M.C. - Walk this way
2. Ah Ah - Take on me
3. Alcazar - Cryin at the Discoteque
4. Black Crowes - High head blues
5. Bloodhound Gang - The bad touch
6. Blur - Coffee and Tv
7. Coldplay - The scientist
8. Daft Punk - Around the world
9. Extreme - Tragic Comic
10. Gorillaz - Stylo
11. Hardcore Superstar - Shame
12. Oasis - Stand by me
13. Pink Floyd - Another brick in the wall
14. Pearl Jam - Do the evolution
15. Prodigy - Firestarter
16. Rem - Uberlin
17. Rammstein - Du Hast
18. Tool - Aenima
19. Verve - Bitter sweet symphony
20. Weezer - Buddy Holly



Al secondo posto, con il 21% dei voti e un solo voto di scarto dalla vetta si aggiudica la medaglia d'argento Lucien! Complimentoni! Ed ecco qui di seguito la sua lista con la playlist:

1. Michael Jackson - Thriller
2. Massive Attack - Karmacoma
3. Massive Attack - Unfinished Sympathy
4. Soundgarden - Black Hole Sun
5. R.E.M. - Imitation of Life
6. Peter Gabriel - Sledgehammer
7. Smashing Pumpkins - Tonight Tonight
8. Red Hot Chili Peppers - Californication
9. Pearl Jam - Do the Evolution
10. Spiritualized - Hey Jane
11. Arcade Fire - We use to wait
12. Offlaga Disco Pax - Robespierre
13. Verdena - Luna
14. Run DMC (Feat. Aerosmith): Walk this Way
15. New Order - True Faith
16. Radiohead - Fake plastic trees
17. Radiohead - Paranoid Android
18. Beastie Boys - Sabotage
19. Hot Chip - I feel better
20. tUnE-yArDs - Bizness



Infine, con un solo voto di vantaggio, ma abbastanza per salire da solo in cima al podio, vince la Sit-Rock Cannibal Kid! E bravo cannibale!.... ^_^

Qui sotto vi potete gustare la playlist vincente:

1. Daft Punk - Da Funk
2. Bat For Lashes - What’s a Girl To Do
3. Cibo Matto - Sugar Water
4. Smashing Pumpkins - 1979
5. Chemical Brothers - Hey Boy Hey Girl
6. Badly Drawn Boy - Once Around the Block
7. Pulp - This Is Hardcore
8. Aphex Twin - Windowlicker
9. Britney Spears - …Baby One More Time
10. Prodigy - Smack My Bitch Up
11. Massive Attack - Teardrop
12. Dr. Dre feat. Snoop Dogg - Still D.R.E.
13. Kanye West - Runaway
14. Pavement - Shady Lane
15. The Cure - Boys Don’t Cry
16. Bjork - Bachelorette
17. JJ72 - Oxygen
18. Florence + the Machine - Drumming Song
19. Lana Del Rey - Born to Die
20. PSY - Gangnam Style



Ancora complimentoni al vincitore e ai medagliati, e grazie come sempre a tutti voi che partecipate con le liste o anche soltanto votando.... A breve arriverà una nuova sfida, per ora non mi resta che salutarvi e, come sempre, ROCK ON!

giovedì 22 novembre 2012

Sit-Rock: Video (not) kill the radio star - Si vota!


Ciao a tutti!

Finalmente è arrivato il momento di decretare un vincitore per la Sit-Rock dedicata ai videoclip! Questa volta infatti l'argomento sono proprio i video musicali, e come sempre la sfida prevede 20 brani a testa, senza nessun limite di generi o altro. Ma ora bando alle ciance, le liste in gara sono ben 12 e scegliere sarà davvero arduo questa volta! Qui sotto trovate tutte le liste, ognuna seguita dalla relativa playlist di youtube con tutti e 20 i video, e tra poco nella colonna qui a destra comparirà il sondaggio in cui votare la vostra o le vostre preferite (la scelta multipla è abilitata).

Non mi resta che dire buon ascolto e votate votate votate! ^_^


Lozirion

1. Aerosmith Feat. Run DMC - Walk this way
2. Talking Heads - Once in a Lifetime
3. Tom Petty and the Heartbreakers - Don’t Come Around Here No More
4. Guns N'Roses - November rain
5. The Prodigy - Firestarter
6. Björk - All Is Full of Love
7. Johnny Cash - Hurt
8. Lordi - Hard rock Hallelujah
9. R.E.M. - Bad Day
10. Red Hot Chili Peppers - Californication
11. Twisted Sister - I Wanna Rock
12. Ramones - Rock & Roll High School
13. Hole - Doll Parts
14. Sigur Ros - Vidrar Vel Til Loftarasa
15. Foo Fighters - Everlong
16. Pearl Jam - Jeremy
17. Alice Cooper - Poison
18. Radiohead - Karma Police
19. Fatboy Slim - Weapon of Choice
20. Blur - Coffee & TV



Overthewall91

1. The Chemical Brothers - Let Forever Be
2. Beck - E-Pro
3. Steriogram - Walkie Talkie Man
4. The White Stripes - Fell in Love with a Girl
5. Pearl Jam - Jeremy
6. R.E.M. - Everybody Hurts
7. Interpol - Evil
8. Gorillaz - Clint Eastwood
9. Blur - Coffee And TV
10. At The Drive-In - Invalid Litter Dept
11. Air - Kelly Watch The Stars
12. Depeche Mode - Enjoy The Silence
13. David Sylvian - Red Guitar
14. Devo - Whip It
15.  Talking Heads - Once In A Lifetime
16. Fu Manchu - Evil Eye
17. Peter Gabriel - Sledgehammer
18. A Perfect Circle - Imagine
19. Rage Against The Machine - Sleep Now In The Fire
20. The Smashing Pumpkins - 1979



Lucien

1. Michael Jackson - Thriller
2. Massive Attack - Karmacoma
3. Massive Attack - Unfinished Sympathy
4. Soundgarden - Black Hole Sun
5. R.E.M. - Imitation of Life
6. Peter Gabriel - Sledgehammer
7. Smashing Pumpkins - Tonight Tonight
8. Red Hot Chili Peppers - Californication
9. Pearl Jam - Do the Evolution
10. Spiritualized - Hey Jane
11. Arcade Fire - We use to wait
12. Offlaga Disco Pax - Robespierre
13. Verdena - Luna
14. Run DMC (Feat. Aerosmith): Walk this Way
15. New Order - True Faith
16. Radiohead - Fake plastic trees
17. Radiohead - Paranoid Android
18. Beastie Boys - Sabotage
19. Hot Chip - I feel better
20. tUnE-yArDs - Bizness


Sole

1. REM - Shining happy people
2. Queen - I want to break free
3. Green Day - Boulevard of broken dreams
4. Alice in Chains - No excuses
5. Pearl Jam - The Fixer
6. The Cranberries - just my immagination
7. The Smashing Pumpinkins - Ava Adore
8. Dido feat. Eminem - Stan
9. Darkness - One way ticket to hell
10. Radiohead - Karma Police
11. Aerosmith - Pink
12. Guns N'Roses - November Rain
13. Alanis Morisette - Ironic
14. Soundgarden - Black hole sun
15. Metallica - Fuel
16. Genesis - I can't dance
17. Oasis - Wonderwall
18. Red hot chilli peppers - Under the bridge
19. Empire of the sun - Walking on a dream
20. The Verve - Bitter sweet symphony


Fed Zeppelin

1. Emilie Simon - Flowers
2. Nightwish - The Islander
3. Hold your Horses - 70 Milion
4. Red Hot Chili Peppers - Otherside
5. R.E.M. - Loosing my religion
6. OK Go - Here it goes again
7. Queen - It's a hard life
8. The Who - Happy Jack
9. Tool - Sober
10. Serj Tankian - Honking antelope
11. Rammstein - Sonne
12. Nick Cave Ft. Kyle Minogue - Where the wild roses grow
13. Fatboy Slim - Right here right now
14. Blind Guardian - Mr Sandman (The Chordettes cover)
15. Foo Fighters - Learn to fly
16. Puddle of Mudd - Psycho
17. Christina Aguilera - Hurt
18. Muse - Invincible
19. Evanescense - Bring me to life
20. Funkadelic - Cosmic Slop


Boh

1. Skrillex - First Of The Year (Equinox)
2. Gorillaz - On Melancholy Hill
3. Pink Floyd - Another Brick In The Wall
4. Negramaro feat. Elisa - Basta così
5. Nightwish - The Islander
6. Enigma - Return To Innocence
7. Iron Maiden - Wildest Dreams
8. Tarja Turunen - My Little Phoenix
9. Ozzy Osbourne - Dreamer
10. Ghost in the Shell 2 - Innocence
11. Lindsey Stirling - Elements
12. Metallica - The Unforgiven II
13. 99 Posse - Stop That Train
14. P!nk - Funhouse
15. Queen - Innuendo
16. Evanescence - Whisper
17. Madonna - Frozen
18. ZZ Top - I Gotsta Get Paid
19. The Prodigy - Breathe
20. Apocalyptica ft. Gavin Rossdale - End Of Me


chaillrun

1 Kid Rock Bawitdaba
2 CocoRosie - Lemonade
3 Elisa - Love is requited
4 Subsonica - Quando
5 Devendra Banhart - Little Yellow Spider
6 Lisa Hannigan - What'll I Do
7 Damien Rice - The Blower's Daughter
8 Sinéad O'Connor - Nothing Compares 2U
9 Hevia - Busindre Reel
10 Morcheeba - Rome Wasn't Built In A Day
11 EINS ZWEI POLIZEI - MO-DO
12 Ozzy Osbourne - Dreamer
13 Kid Rock - Feel Like Makin' Love
14 Guns N' Roses - Don't Cry
15 Deep Purple - Knocking At Your Back Door
16 Bullet For My Valentine - Your Betrayal
17 Papa Roach - Hollywood Whore
18 Jeff Buckley - Grace
19 Joan Jett - I Love Rock And Rol
20 Evanescence - Lithium


nella

1. Michael Jackson - Thriller
2. Radiohead Street - Spirit
3. Peter Gabriel - Shock the Monkey
4. Gun's Roses - Estranged
5. Eminem - My name Is
6. Queen - Bohemian Rhapsody
7. Coldplay - the Scientist
8. Bon Jovi - Always
9. Arcade Fire - We use to wait
10. Pearl Jam - Jeremy
11. Sinead O'Connor - Nothing Compares to U
12. Kate Bush - Cloudbusting
13. Depeche Mode - Enjoy the silence
14. Talking Heads - Wild Wild Life
15. The Prodigy - Firestarter
16. Prince - Raspberry Beret
17. Muse - Nights of Cydonia
18. Metallica - Turn the page
19. Blur - Coffee & Tv
20. The Cure - Close to me


mr.Hyde

1. David Sylvian - Orpheus
2. Peter Gabriel - Sledgehammer
3. Rolling Stones - Like a rolling stone
4. Oren Lavie - Her morning elegance
5. Fiona Apple - Across the universe
6. Massive Attack - Protection
7. Jeff Buckley - Forget her
8. Bjork - It's oh so quiet
9. Pink Floyd - Another brick in the wall
10. Alice in Chains - I stay away
11. Radiohead - Go to sleep
12. Jonny Cash - Hurt
13. Coldplay - Strawberry swing
14. Smashing Pumpkins - Tonight, tonight
15. Fatboy Slim - Weapon of choice
16. The Avalanches - Frontier psychiatrist
17. Live Crosby, Nash, Lesh and Allman Brothers - Almost cut my hair
18. Ali Farka Toure - All the same
19. Colapesce - S'illumina
20. Ok Go - Skycrapers


Lumaca a 1000

1. Aerosmith- Pink
2.Foo Fighters- Learn to fly
3.Aerosmith-Livin' on the edge
4.Audioslave- Cochise
5.Queen- I want to break free
6.RHCP-Can't stop
7.The Darkness- I believe in a think called love
8.Ramones- Do you remember rock and roll radio
9.The Clash- Rudie can't fail
10.Pink-Stupid girls
11.Blur-Song 2
12. Gwen Stefani- What you waiting for
13.Gorillaz-Clint Eastwood
14.Beck-Sexx laws
15.The Verve-Bitter sweet symphony
16.Guns n' roses-Don't cry
17.Beastie Boys-Body movin'
18.The Clash- Rock the Casbah
19.The Bangles-Walk like an egyptian
20.Sophie Ellis-Bextor-Murder on the dance floor


La firma cangiante

Aerosmith/Run D.M.C. - Walk this way
Ah Ah - Take on me
Alcazar - Cryin at the Discoteque
Black Crowes - High head blues
Bloodhound Gang - The bad touch
Blur - Coffee and Tv
Coldplay - The scientist
Daft Punk - Around the world
Extreme - Tragic Comic
Gorillaz - Stylo
Hardcore Superstar - Shame
Oasis - Stand by me
Pink Floyd - Another brick in the wall
Pearl Jam - Do the evolution
Prodigy - Firestarter
Rem - Uberlin
Rammstein - Du Hast
Tool - Aenima
Verve - Bitter sweet symphony
Weezer - Buddy Holly


Marco Goi - Cannibal Kid

1. Daft Punk - Da Funk
2. Bat For Lashes - What’s a Girl To Do
3. Cibo Matto - Sugar Water
4. Smashing Pumpkins - 1979
5. Chemical Brothers - Hey Boy Hey Girl
6. Badly Drawn Boy - Once Around the Block
7. Pulp - This Is Hardcore
8. Aphex Twin - Windowlicker
9. Britney Spears - …Baby One More Time
10. Prodigy - Smack My Bitch Up
11. Massive Attack - Teardrop
12. Dr. Dre feat. Snoop Dogg - Still D.R.E.
13. Kanye West - Runaway
14. Pavement - Shady Lane
15. The Cure - Boys Don’t Cry
16. Bjork - Bachelorette
17. JJ72 - Oxygen
18. Florence + the Machine - Drumming Song
19. Lana Del Rey - Born to Die
20. PSY - Gangnam Style




mercoledì 21 novembre 2012

Xabier Iriondo - Irrintzi



Ci sono dischi che possono essere ascoltati in ogni situazione, dischi che passano e vanno, belli ma sostanzialmente innocui, e altri destinati a lasciare un segno indelebile, ed è questo che accade con “Irrintzi”…

Bastano un nome e un cognome per avere l’assoluta certezza che non si sta parlando di musica spicciola, e per sentire di doversi mettere comodi, staccare il telefono e prestare seriamente attenzione. Il nome e il cognome sono quelli di Xabier Iriondo, istrionico chitarrista italo-basco dei migliori Afterhours, ma soprattutto artista eclettico e votato da sempre a tutto ciò che è anticonvenzionale, amante di tutto quel che rompe gli schemi e che trasforma il semplice ascolto della musica in un’esperienza unica.
La sperimentazione è il sentiero che Xabier segue da sempre, da quando – forse in cerca di nuovi confini – ha iniziato a costruire strumenti musicali nuovi e particolari, e ancora oggi, passati ormai i 20 anni di carriera, non accenna a deviare verso strade più usuali, nè tantomeno lascia trasparire tracce di cedimenti o tratti dissestati per quel che riguarda l’ispirazione, limpida e cristallina anche quando si avventura in territori sporchi per definizione. Insomma, Xabier è un po’ come un vecchio amico che gira il mondo ed ogni volta che fa ritorno dai suoi viaggi (fisici, mentali o spirituali che siano) in compagnia di amici sempre diversi, svuota lo zaino regalando musica nuova, ricca di fascino e sonorità particolari, e la sua ultima fatica non fa certo eccezione...

Anche in questa occasione il chitarrista è di ritorno da luoghi finora inesplorati, porta con sé una sacca rigonfia ed è pronto a svuotarla sul piatto, sotto la quasi impercettibile pressione della puntina del giradischi. Per la prima volta però Xabier si presenta da solo, con un album di debutto ufficiale da solista in un contesto particolarmente significativo, perché arriva proprio nel momento in cui il nome di Iriondo è ritornato a comparire nella formazione degli Afterhours, abbandonati agli inizi degli anni 2000 e ripresi dopo un decennio intero in cui i fan hanno atteso invano un esordio solista, dapprima dal vivo nella tournèe del 2010 e poi in “Padania“, l’ultimo album della formazione milanese (che non a caso si è dimostrato una perla di sperimentazione musicale come poche). Non è però soltanto il contesto di nascita dell’album, seppur abbastanza strano ed a tratti paradossale, a tenere banco, ma soprattutto la classe di Xabier, la sua musica mai scontata e una spinta creativa davvero enorme.

È così, tra nuovi esperimenti sonori e ombre del passato che Iriondo decide di accendere la miccia di “Irrintzi“, disco composto da 9 tracce e stampato in doppio vinile che pesca il titolo dai paesi baschi: “Irrintzi”, infatti, è l’espressione di un urlo di gioia tipico del popolo di quella regione e allo stesso tempo il nome di uno dei gruppi armati colpevole di atti di terrorismo in nome dell’indipendenza basca. Le due facce della medaglia di un intero popolo, tradizione e rivoluzione, felicità e lotta, guerra e pace se vogliamo, prendono vita lungo i circa 40 minuti del disco, alternandosi ed accostandosi fin dalla partenza, affidata a “Elektraren Aurreskua”, folk di secolare memoria sporcato da incursioni sintetiche e impreziosito da cori, rumori e voci di bambini in sottofondo. A seguire, senza interruzioni, arriva prepotente la title-track, un noise-rock da risvegliare i morti, sparato a mille all’ora per un contrasto che chiude l’incipit: musiche e suoni di un passato remoto che si mescolano con sonorità moderne, il vecchio e il nuovo a confronto diretto, la tranquillità e la rabbia a stretto contatto sono l’inizio, la fine e l’essenza dell’intero album, in cui Iriondo esprime tutto sè stesso come forse mai prima d’ora. Quasi come trasportati dalle note ci si ritrova in una dimensione eterea in cui l’ispirazione di Xabier può muoversi senza alcun limite e alcuna restrizione, rimbalzando tra generi in apparenza inconciliabili, prendendo spunto da ogni cosa intorno: tracce di rock classico, spolverate di noise, attimi di psichedelia e avanguardia, riff da metalcore e riverberi kraut, e poi ispirazioni, citazioni, cover, Battisti, Springsteen e i Motorhead che riecheggiano ed altro ancora, tutto raccolto e gettato nel calderone da Xabier, che come un coniglio dal cilindro ne estrae pezzi splendidi, che alternano atmosfere sognanti e idilli sonori a vere e proprie bombe musicali. Bombe sulle quali l’artista non risparmia id appoggiare critiche sociali e richiami a sentimenti rivoluzionari. Si passa così per la straniante “Il cielo sfondato” e per “Gernika eta Bermeo”, rievocazione della strage di Guernica raccontata dalla voce di Karmel Iriondo, padre di Xabier nonché testimone oculare di quella terribile vicenda, che chiude il primo vinile tra le vibrazioni dei Synth. Giusto il tempo di cambiare disco e si riparte a cannone tra cover rielaborate e sperimentazione, con “Reason to believe” che prende Springsteen e lo rivolta dalla fodera interna a forza di vibrazioni noise, e poi “Preferirei Piuttosto Gente per Bene che Gente per Male“, critica socio-culturale secca e senza peli sulla lingua, fino a “The hammer”, che afferra Lemmy e i Motorhead e preme l’acceleratore noise fino allo spasmo. A chiudere l’album ci sono i due volti della rivoluzione, quello rabbioso di “Itziar en Semea”, un canto anti-franchista colpito con martellate sintetiche pesanti, e quello più intellettuale di “Cold turkey”, psichedelico richiamo al Lennon solista impreziosito dai ritrovati compagni negli Afterhours.

Quella degli After non è l’unica partecipazione illustre, per l’occasione Iriondo ha chiamato a sè vecchi amici e musicisti del calibro di Gianni Mimmo e Gaizka Sarrasola, e persino alcuni componenti di Area e Starfuckers, e il risultato non avrebbe potuto essere migliore.

Si possono provare a spiegare le canzoni, si può provare ad incastonare ogni brano in una precisa dimensione, in un genere o in una particolare corrente artistica, si può provare a dare una collocazione all’intero album. Si può provare, certo, ma a volte – e questa è una di quelle – non ci si può riuscire. Non è certo con qualche centinaio di parole che si può riassumere il “debutto” di Xabier Iriondo, perché la verità è che “Irrintzi” è un granitico blocco di genialità in musica, l’espressione completa e inscindibile del significato dell’espressione “sperimentazione musicale“, un mix di cuore, passione, ricordo del vecchio ed eterna ricerca del nuovo che colpisce forte e non si dimentica. Un’opera gigantesca.

Voto: 9


Tracklist

1. Elektraren Aurreskua
2. Irrintzi
3. Il cielo sfondato
4. Gernika eta Bermeo
5. Reason to believe
6. Preferirei piuttosto gente per bene che gente per male
7. The hammer
8. Itziar en Semea
9. Cold turkey



Recensione pubblicata su Oubliette Magazine

lunedì 12 novembre 2012

Cento di questi assoli Neil!....


Un piccolo post, per un grandissimo....

Oggi l'uomo che campeggia qui sopra spegne 67 candeline, 67 anni fatti di alti e bassi, grande musica, chitarre elettriche cavalcanti, parole dense e sofferte, alcol, droghe, incredibili ascese e vertiginose cadute, 67 anni in cui è stato dato per spacciato (o direttamente morto) un numero imprecisato di volte, eppure il cowboy di Toronto è ancora lì, con la sua black pearl tra le mani, l'armonica di fronte alle labbra quando serve e il cuore pulsante da rocker a tenerlo in vita nonostante le botte di un'esistenza non certo leggera... Ancora qui, sopravvissuto dove molti suoi compagni di rock hanno dovuto cedere, ancora qui a suonare, scrivere ed emozionare, forse per sfuggire a quella ruggine che non dorme mai, forse perchè un cowboy solitario non si ferma mai e non si lascia domare, o forse perchè la droga più potente che lo zio Neil abbia mai assaggiato è quella che si alza insieme alla polvere dalle assi di un palco, scorre lungo le corde di una chitarra ed esplode nei cuori di chi ascolta. Non c'è dipendenza più dura a morire dello spirito del rock che ti scorre nelle vene,e saranno discorsi banali forse, idolatranti e ipercelebrativi, ma la verità è qui, di fronte agli occhi: Neil Young è sempre lui, quello che combatte con i propri fantasmi, che ogni tanto cede, ma trova sempre una chitarra a cui aggrapparsi, quello che ha tentato con ogni tipo di sostanza di mettere fine ai suoi incubi, ma qualcuno lassù (o laggiù) ancora non glielo permette, perchè il suo posto è qui, al centro del palco fino alla fine, e il nostro posto, il MIO posto, è lì sotto, a urlare a squarciagola che il rock non muore mai....

So che non lo leggerai mai caro Neil, ma auguri di cuore, e grazie di tutto....




mercoledì 7 novembre 2012

Intervista ai 2 a.m. e al loro "Parallel worlds"



Andrea Maraschi e Andrea Marcellini, A.M. e A.M., da questa coincidenza di iniziali e da una forte amicizia nascono nel 2010 i 2 a.m., giovane duo di Senigallia, nel cuore delle Marche, regione che negli ultimi anni ha sfornato a profusione talenti del panorama indie italiano.
Il progetto musicale dei 2 a.m. affonda le radici del proprio sound nel fertile terreno del rock e del pop britannici, dai pilastri portanti della seconda british invasion fino alle recenti derive alternative e passando ovviamente dal brit-pop. Con queste influenze musicali in testa i due marchigiani compongono e registrano 7 brani che nell’ottobre del 2011 danno vita al primo EP della band, “The End. The Start“, che da subito ottiene un buon riscontro dalla critica e dal pubblico.
Ad un anno esatto dal primo disco, coadiuvati da un maestro della produzione come Mattia Coletti, Maraschi e Marcellini pubblicano il loro secondo lavoro, “Parallel Worlds“, EP di 6 brani uscito il 22 ottobre e, come il precedente, disponibile in free download. Il nuovo album, anticipato dal singolo “Axl’s song” e dal relativo primo video ufficiale della band, segna un passo avanti nella modellazione del suono, ora più maturo grazie anche alle esperienze dal vivo del gruppo che si fanno sentire nei passaggi più graffianti dell’album, e nella composizione, con liriche profonde che affrontano temi attuali e intimisti. Un secondo lavoro che conferma il talento dei due e fa ben sperare per il futuro.


Ciao ragazzi! Cominciamo dal principio: come nascono i 2 A.M. e quali sono gli obiettivi e lo spirito alla base delle vostre canzoni?

Diciamo che il fatto che noi suoniamo insieme è il risultato di un rapporto molto più profondo che è radicato nella vita di ogni giorno. Amici? Di più, forse fratelli. La musica è la naturale conseguenza di questa grande complicità.

Nel 2011 il debutto con “The End. The Start” e ora “Parallel worlds”, in cosa siete cambiati durante questo tempo e cosa invece è rimasto uguale ad un anno fa?

Concettualmente, “The End. The Start” è nato da una nostra evoluzione a livello umano. Nei due anni che hanno preceduto la realizzazione del disco sono successe tante cose, tutte molto significative e che, sicuramente, ci hanno dato modo di crescere e diventare persone più mature e consapevoli. Di conseguenza, il disco ha rappresentato, per noi, un nuovo punto di partenza. “Parallel Worlds” arriva un anno dopo. Il concept del disco ruota intorno a quei temi che fanno parte della nostra vita quotidiana, ma che molta gente non vuole “vedere”: la paura, la malattia, la morte, il conflitto, la caduta e la risalita. Musicalmente, il disco nasce da una nostra maggior consapevolezza nell’approccio al sound. Seguendo il messaggio del disco, ci è venuto molto naturale arrivare a sonorità che risultino più sporche, ruvide, ma allo stesso tempo intimiste e profonde.

Parlateci di “Parallel worlds”: Da dove nasce? Quali sono questi “mondi paralleli” e dove sono?

I “mondi paralleli” di cui parliamo sono quelli in cui ognuno di noi vive contemporaneamente, quelle diverse sfaccettature dell’esistenza quotidiana che tutti conosciamo benissimo. La società ci impone dei modelli di comportamento che ritiene “giusti”, mentre ne demonizza altri definendoli “sbagliati”, quando in realtà ogni nostra azione, perfino la più controversa, ha sempre le sue ragioni. Ma fa molto comodo ricorrere a queste categorie del bene e del male, che fanno ormai parte di un mondo sempre molto più attento alla superficie, all’immagine (facebook…) e molto poco ai contenuti. Se una persona ha dei comportamenti “anomali”, “strani”, la prima reazione non è mai chiederle “perché?”, cercando di capire il suo contesto emotivo, visto che è molto più sicuro e comodo escluderla e giudicarla; la ragione, credo, è che tentare di avvicinarsi a chi ci sembra “strano”, “sbagliato”  o “malato” rischia di farci fare anche un esame di coscienza verso noi stessi, cosa che per codardìa tendiamo a evitare. Il confine tra i due mondi (sano e patologico) è molto sottile. Nel senso: ok, ci sono le persone malate, ma anche le cosiddette persone normali sono sempre a un passo dall’altro mondo, quello oscuro, quello della malattia, della morte. Nei casi più gravi, basta che un qualcosa vada storto e si passa al di là. Ci sono però una miriade di casi più “normali”, che sono poi quelli più subdoli, perché queste persone vivono schiave delle proprie “malattie” e mettono in atto comportamenti che non sono così distanti da quelli di chi soffre di una vera e proprio patologia.


La vostra musica è ricca di richiami ad un sound di stampo britannico, un po’ brit-pop, un po’ post-rock, e comunque figlio degli ultimi due decenni. Quanto incidono le influenze musicali sulla vostra composizione? C’è un artista o un gruppo a cui vi ispirate in maniera particolare?

La musica che ascolti influisce sempre, spesso anche solo a livello inconscio. I primi dischi che nella vita ti conquistano rimangono parte di te, e sono lì nel sedile posteriore della tua mente quando impugni la chitarra o ti siedi al pianoforte. La musica che ami orienta necessariamente il tuo gusto musicale, dunque il tuo songwriting, ma i risultati che puoi ottenere sono a volte molto più personali di quanto potessi pensare. Per questo abbiamo canzoni più “classiche”, dove si può sentire più chiaramente il dizionario musicale di riferimento, ma altre assai più sfuggenti a catalogazioni.

Negli ultimi tempi molti artisti della scena indie italiana stanno abbandonando o semplicemente accantonando il cantato in inglese a favore dell’italiano, voi avete mai pensato a questa possibilità? Che impatto avrebbe sulla vostra musica?

Non ci abbiamo pensato perché sarebbe un gesto innaturale per noi. Ogni testo che scriviamo prende forma in inglese, suona meglio in inglese, si canta meglio in inglese. Non cambieremmo per nessun motivo!

Dopo la presentazione dell’album sono già state fissate le prime date del tour, come vi state preparando e che tipo di spettacolo ci dobbiamo aspettare dal vivo?

È la prima volta che presentiamo i nostri brani in chiave elettrica, e questo ci rende davvero eccitati. Abbiamo fatto le prime due date e, a parte dei problemi di suono che abbiamo avuto nel primo concerto, siamo davvero soddisfatti. Il motivo non è solo l’adrenalina che ti dà il suonare loud, ma il fatto che riusciamo a passare da brani tirati come “PG” o “The untold worlds” a pezzi intimisti come “I cannot cry” e “Trying”, all’interno della stessa setlist. E tutto ciò rende giustizia al nostro eclettismo compositivo e sonoro.

Progetti per il futuro? Sogni nel cassetto?

Suonare live il più possibile e continuare con la promozione. Fra poco gireremo il nostro secondo video e… speriamo che la Juve vinca la Champions nel giro di un paio d’anni.


Intervista pubblicata su Oubliette Magazine

Chitarre da paura dall'Illinois



Gli alternativi ad ogni costo e gli indie-snob passino tranquillamente oltre, e così anche tutti quelli a cui gli assoli chitarristici e qualche virtuosismo fanno venire la nausea, questo "Vibrato" non è roba per voi. Precisazione doverosa, perchè in questo nuovo album non c'è nulla di indie, nè tantomeno di rock alternativo - perlomeno secondo il significato che la parola "alternativo" si porta dietro musicalmente parlando da una ventina di anni a questa parte -, c'è invece del sanissimo rock carico di elettricità, con qualche traccia di funky, rigurgiti prog e pop, e un'indole a metà tra il blues e il rock anni '80, suonato fino all'ultima goccia di sudore da uno dei migliori chitarristi viventi, tecnico e incredibilmente virtuoso (un po' sborone forse ma chissenefrega!), ma allo stesso tempo capace di mescolare la sua personale matrice neoclassica e i 27 anni di carriera tra l'hard rock e l'heavy metal con diverse contaminazioni, seppur restando - sia chiaro - in quella branca del rock che dei giochi elettronici non sa cosa farsene.

Paul Gilbert, classe 1966 da Carbondale, Illinois, un talento da shredder come se ne contano sulla punta delle dita, 46 anni giusto giusto ieri e una carriera quasi trentennale vissuta ad un ritmo incredibile da quando nel 1984 fonda i Racer X, fino al suo ritorno datato 2009 nella formazione dei Mr. Big, da lui stesso fondati assieme all'istrionico Billy Sheehan nel 1989, passando per collaborazioni illustri, partecipazioni a diversi progetti musicali e tanti, tanti, tanti album. Una discografia da far impallidire quella del buon Paul, che può vantare 9 album con i Racer X, 11 con i Mr. Big, 7 come session man per altre band, 3 album di tributo e ben 14 da solista prima di questo "Vibrato", quindicesimo lavoro a nome Paul Gilbert pubblicato in Europa lo scorso 15 ottobre e composto da undici brani: quattro cantati, quattro strumentali e tre cover registrate dal vivo durante il tour di "Fuzz universe" del 2010.

"Vibrato" è senza troppi fronzoli un album esplosivo, pieno zeppo di watt, riff fulminanti, digressioni strumentali infinite lungo il manico della Ibanez e un cantato a tratti rabbioso e a tratti melodico; insomma, la naturale prosecuzione del percorso musicale di Gilbert, un percorso fatto di tasselli che anno dopo anno, lavoro dopo lavoro, hanno portato il chitarrista ad arricchire il proprio stile musicale, ancora comunque strettamente radicato - e come potrebbe essere altrimenti? - nell'hard rock e nell'heavy metal esagerato tipico degli eighties, con influenze punk, neo-prog, funky, (power) pop e blues. Le deviazioni stilistiche degli ultimi anni in questo album si fanno mature e complete, Paul le dosa eccellentemente lungo i vari brani, e il risultato

Si inserisce il cd nello stereo, si preme play e la arrogante "Enemies (in jail)" fa da apripista con il suo suono caldo e avvolgente, le dita di Paul che già si concedono qualche svisata lungo il manico e la leva della sua Ibanez che - il titolo dell'album già lo preannunciava - torna a farsi sentire dopo anni; sei minuti per l'apertura, come antipasto prima della carne al sangue, e le mani già si muovono da sole per alzare il volume, quel che segue è più di un'ora da urlo, tra brani coinvolgenti come la title-track, uno dei pezzi più riusciti dell'intero album, nonchè il più breve con i suoi 3 minuti e mezzo (in un album dove i 5 minuti si sforano con estrema facilità...) di incedere funky e la gran classe dello statunitense ad aggiungere la ciliegina alla torta, melodici tuffi nel passato come "Blue Rondo à la Turk", brano jazz del grandissimo Dave Brubeck datato 1959 suonato a velocità tachicardica dal Nostro e dalla sua band in maniera davvero splendida, e tributi eccellenti posizionati a chiusura dell'album. E poi "Atmosphere On The Moon", lento elettrico che si prende la responsabilità di assumere il ruolo di ballata in un album come questo in cui il concetto di ballad è da riadattare alla carica voltaica di portata industriale, e poi ancora l'hard rock più sporco che contamina il pulitissimo sound di Paul rendendo più graffianti i riff della straordinariamente trascinante "Put it on the char", brano strumentale in cui la tastiera si fa spazio di gran classe, salvo poi lasciare lo spazio a Paul, che prende ritmi quasi fusion e alza i bpm come l'hard rock insegna, e il blues, finalmente il blues, che prende il controllo dell'anima del chitarrista nella stupenda "Bivalve blues", una vera e propria bomba atomica fatta di tempi tipicamente, indiscutibilmente blues, polverose cadenze che giungono dritte dritte dal delta del Mississippi, un magistrale utilizzo delle tastiere (qui incisive più che mai) e la scarica ad alto voltaggio delle 6 corde di Gilbert, che tra le sofferte strofe regala virtuosismi, emozioni a fil di plettro e un numero spropositato di note, pulite e limpidamente scandite, un pezzo che dal vivo si preannuncia emozionante tanto da far venire i capelli bianchi e che da solo potrebbe valere un intero concerto. Sul finale dell'album è la nostalgia a farla da padrone, con tre splendide cover live, la prima di "Roundabout" degli Yes, seventies per vocazione e non si potrebbe chiedere di più, seguita dalla splendida "I want to be loved" del Maestro Muddy Waters, ancora blues, ancora emozioni e ancora chitarra, tanta splendida chitarra, e per finire a scaricare ancora un bel po' di watt ci pensano quegli animali hard rock degli AC/DC, che risuonano potenti e arroganti come sempre nelle note di una versione esagerata di "Go down", degna chiusura di un album dal contenuto elettrico strabordante.

Ennesimo passo in avanti per il chitarrista dell'Illinois, ed ennesimo album da avere assolutamente se il rock da concerto è nelle vostre corde. Non cercate nulla in questo album che non sia quella carica elettrica che vi fa prendere in mano una racchetta da tennis e partire in perfomance di air guitar da ricordare negli annali, non cercate la canzone d'autore, nè tantomeno testi impegnati o più o meno velate contestazioni socio-politiche, "Vibrato" è un condensato di rock da concerto, di potenza, tecnica, sudore e dolore ai polpastrelli, di passione per la musica e amore per la chitarra (splendida anche la copertina con Paul che pare ascoltare la sua chitarra quasi avesse una vita propria), di voglia di divertirsi, far divertire e - se possibile - emozionare, prendetelo così e mettete al sicuro gli oggetti fragili!

Voto: 8

Tracklist

1. Enemies (In Jail)
2. Rain And Thunder And Lightning
3. Vibrato
4. Put it on the char
5. Bivalve blues
6. Blue Rondo à la Turk
7. Atmosphere on the moon
8. The pronghorn
9. Roundabout (Live)
10. I want to be loved (Live)
11. Go down (Live)




martedì 6 novembre 2012

Paolo Saporiti - L'ultimo ricatto




Ci sono modi diversi di accostarsi a generi nuovi, di voler mescolare la propria musica con influenze esterne che di primo acchito nulla mostrano di compatibile, si può rischiare il fiasco, ma se ci si mettono il coraggio e l'idea giusta, all'orizzonte non può che esserci una luce splendente...

Nel nostro caso il coraggio e l'idea rispondono a due nomi ben precisi: Paolo Saporiti e Xabier Iriondo, folk singer coraggioso il primo e vulcanico sperimentatore il secondo, un'accoppiata anomala, decisamente, visto l'abisso che separa il folk acustico di Paolo e il noise-rock sperimentale di Xabier. Il cantautore milanese ha alle spalle quattro album del più classico folk acustico, un genere sempreverde che, come tutte le (lievi) deviazioni del folk, da decenni mantiene intatto il proprio fascino, ma dal quale è difficile scostarsi, per via di regole non scritte che ne dettano una musicalità definita sotto profili netti, tanto che ogni tentativo di espansione del genere tentato negli anni con incursioni elettriche o deviazioni più o meno sintetiche sono sempre state etichettate sotto altri generi, che fossero il rock, il country o chissà cos'altro, quasi intorno al genere ci fosse una sorta di puristica muraglia che impedisce l'accesso ad "agenti esterni". Ne consegue che da confini così invalicabili è difficile entrare quanto uscire, e per riuscirci l'unico modo è dare uno strappo netto, quello che, tanto per citare il più celebre, diede a suo tempo Bob Dylan con "Highway 61 Revisited", bomba elettrica detonata nel cuore del folk che portò al menestrello di Duluth gli applausi di tutti meno che dei conservatori del folk, che la considerarono un'onta imperdonabile.

Così, anche Paolo Saporiti, giunto con questo ultimo lavoro alla quinta uscita discografica della sua carriera, decide di scostarsi dalla pesante ombra di predecessori quali Nick Drake o il più recente Damien Rice e di mettere insieme un progetto che mescoli il sentimento e la viscerale sentimentalità della sua musica con l'avanguardismo istrionico delle sperimentazioni rumoristiche del mondo noise. Per dare forma (e che forma!) a questa idea, Paolo sceglie di affidarsi a Xabier Iriondo, geniale chitarrista storico degli Afterhours nonchè session man e compositore dalle mille sfaccettature. Quel che ne è uscito è senza troppi giri di parole una svolta musicale pienamente riuscita per il singer milanese e l'ennesimo colpo magistralmente andato a segno per l'artista basco, che può aggiungere "L'ultimo ricatto" - questo il titolo dell'album - alla sua lunghissima lista di collaborazioni. "L'ultimo ricatto" è un turbinio di sensazioni e vibrazioni intense, condensato in 12 brani che sanno al contempo di vecchio e nuovo, partendo da un nucleo strettamente anora legato al folk e aprendo varchi a destra e a manca verso scenari nuovi, attraversati già negli ultimi anni dai migliori esperimenti di artisti e band come Radiohead, bjork, Sigur Ros o Mark Lanegan.

E' tutto racchiuso nei primi attimi, il disco comincia a girare e tutto diventa chiaro sull'intro di "Deep on the water", con i tasti di un pianoforte picchiati con decisione e scricchiolii ed effetti rumoristici sintetici che si sovrappongono prima di lasciare spazio alla morbida voce di Saporiti e al suo impeccabile inglese. Da qui in avanti è un susseguirsi di parole ed emozioni dense, appoggiate di volta in volta negli alvei musicali che meglio le accompagnano e che allo stesso tempo le arginano quanto basta per impedire loro di straripare andando a sconfinare nell'autocelebrazione o in gigioneggianti barocchismi, per un continuo sovrapporsi di sonorità differenti, da ritmi acustici a distorsioni elettriche, attimi di classicismo e jazz, finanche a gracchianti noise. L'intero album è un percorso introspettivo e intimista intenso e spiazzante, che veste panni diversi lungo i brani, ma qualunque sia l'abito che indossa rimane in grado di colpire dritto al cuore - come sempre del resto se si parla del cantautore milanese -; un percorso che passa per "War (need to be scared)", che decolla lungo i manici di una chitarra acustica e una elettrica, per poi librarsi nei cieli a cavallo della voce di Paolo e del suono degli archi, per "We're the fuel", che prende le sembianze dell'esibizione di un cantastorie medievale, "I'll fall asleep", brano su cui Iriondo imprime il suo marchio di fabbrica tappando con i suoi effetti sintetici ogni silenzioso pertugio lasciato dalla chitarra soft e da un cantato super espressivo, e poi ancora "In the mud", soffice brano ambient coperto da un'elettronica che gioca con la stereofonia creando un'ambientazione quasi psichedelica, "Never look back", ballata acustica colpita da riverberi e distorsioni dei synth che alzano e abbassano a piacimento ritmo e volume del suono quanto della voce di Saporiti che non mostra il minimo cedimento, "Sad love/Bad love", accompagnata dale corde di un banjo, e "The time is gone", forse il brano più intenso dell'album, con il suono vibrante del sax di Stefano Ferrian a regalare un'atmosfera da luci soffuse veramente splendida.

C'è tutto questo e molto altro in "L'ultimo ricatto", c'è un talento vocale e compositivo limpidissimo, c'è il coraggio di mescolare il cantautorato folk con le sferzate imprevedibili del geniaccio Xabier, c'è - ed è questo il punto - un intimismo penetrante che non perde mai la sua centralità qualunque sia la maschera che indossa, e che ad ogni ascolto affascina e avvolge, risvegliando emozioni sopite che lasciano spiazzati e impotenti, come solo i capolavori sono in grado di fare...

Voto: 8,5

Tracklist

1. Deep down the water
2. War (Need to be scared)
3. I'll fall asleep
4. Sweet liberty
5. We're the fuel
6. Toys
7. Stolen fire
8. Never look back
9. The time is gone
10. In the mud
11. Sad love/Bad love
12. F.R.I.P.P.




Recensione pubblicata su Oubliette Magazine

domenica 4 novembre 2012

Sit-Rock: Video (Not) kill the radio star - Si Parte!


Ciao a tutti!

Come promesso eccomi qui a dare il via alla nuova sfida delle Sit-Rock! Questa volta a gareggiare non saranno le semplici canzoni, ma i videoclip, e allora bando alle ciance e cominciamo! Come sempre la sfida si compone di una lista di 20 pezzi, di qualsiasi genere e periodo, 20 pezzi i cui videoclip sono i vostri preferiti, o quelli che considerate i migliori, quelli più spettacolari, insomma, quelli che più vi piacciono! Se vi va di partecipare non dovete far altro che lasciare la vostra lista nei commenti a questo post, eccovi la mia lista, aspetto con ansia di leggere le vostre.... ^_^



1. Aerosmith Feat. Run DMC - Walk this way
2. Talking Heads - Once in a Lifetime
3. Tom Petty and the Heartbreakers - Don’t Come Around Here No More
4. Guns N'Roses - November rain
5. The Prodigy - Firestarter
6. Björk - All Is Full of Love
7. Johnny Cash - Hurt
8. Lordi - Hard rock Hallelujah
9. R.E.M. - Bad Day
10. Red Hot Chili Peppers - Californication
11. Twisted Sister - I Wanna Rock
12. Ramones - Rock & Roll High School
13. Hole - Doll Parts
14. Sigur Ros - Vidrar Vel Til Loftarasa
15. Foo Fighters - Everlong
16. Pearl Jam - Jeremy
17. Alice Cooper - Poison
18. Radiohead - Karma Police
19. Fatboy Slim - Weapon of Choice
20. Blur - Coffee & TV


ROCK ON!

mercoledì 31 ottobre 2012

Miss O - Infection




La musica, quella vera e fatta con passione, a volte ha la capacità di scavare a fondo, di raggiungere l’anima e di infiltrarcisi, come una contaminazione, una benigna infezione che si avvinghia alle sensazioni e resta lì in attesa, pronta a comparire al momento giusto...

Qualcuno si ricorderà sicuramente dei Soon, band pop-rock italiana che con un paio di dischi a metà degli anni ’90 (“Scintille” del 1995 e “Spirale” del 1997) si guadagnò un piccolo periodo di popolarità soprattutto tra i più giovani con canzoni briose dai ritornelli orecchiabili in perfetto stile Festivalbar; un’esperienza breve che non ebbe seguito quella dei Soon, ma che permise a Odette Di Maio, voce e anima del gruppo, di mettere le basi per una carriera fatta finora per lo più di collaborazioni, non ultima quella con i Bedroom Rockers per la colonna sonora di C.S.I. Miami. Nel 2004 la cantante di Torre del Greco conosce quasi per caso il musicista e produttore belga Jan De Block, insieme al quale, con il passare degli anni, crea un’intesa. Da questa intesa nascono i Miss O, duo “a distanza” sull’asse Belgio-Italia che grazie ad internet riesce a portare avanti un progetto musicale che si rifà a sonorità anni ’90, tra il pop e il trip hop, immergendole in un’atmosfera più soffusa che a tratti ricorda colonne sonore di Lynchiana memoria. Lungo la fibra ottica Odette e Jan compongono, arrangiano e perfezionano il materiale per l’album di debutto ufficiale dei Miss O, pubblicato nel maggio di quest’anno.

È una storia particolare quella di “Infection” – questo il titolo dell’album -, sia per la genesi a distanza, sia per alcune peculiarità “astrologiche” se così le vogliamo chiamare: ognuna delle 13 canzoni che compongono l’album è infatti ispirata ad una precisa costellazione ed è stata registrata in giorni ben precisi calcolati in base allo spostamento dei corpi celesti dalla stessa Di Maio, e per di più le registrazioni si sono svolte nel Green Velvet Studio, un luogo avvolto dal mistero ed immerso nel verde nelle vicinanze di Opwijk, in Belgio. Se sia una sorta di superstizione, un semplice capriccio da artista o altro ancora poco importa, certo è che scelte talmente particolari suscitano curiosità e contribuiscono a creare una sorta di ambientazione per l’album, ed in un certo senso ad introdurlo, un po’ come un prologo che chiarisce da subito che il taglio della musica è quello delle sonorità sognanti, di ambientazioni quasi mistiche come succede con una certa branca dell’ambient di provenienza nordica.

Già dalle prime note di “In motion” infatti, il contesto assume le precise sembianze di una baita solitaria nel bel mezzo di un bosco di abeti, un luogo isolato, dove le contaminazioni della città non arrivano e di notte le stelle si mostrano in tutto il loro splendore, senza grigi strati di smog o lampioni giallognoli a disturbarne la vista, un luogo in cui si respira l’essenza della natura e nel quale i pensieri e le emozioni si muovono senza nessun impedimento. Che sia merito del luogo, di strane congiunzioni astrali o semplicemente del talento dei due non è dato sapere, ma quello che traspare all’ascolto dei brani è esattamente questo: pensieri e sensazioni che viaggiano in libertà, a cuore aperto lungo melodie tra il classico e l’elettronico, mai invadenti e sempre al servizio delle liriche, dense e accorate, scandite dalla splendida voce di Odette. Non c’è traccia delle sonorità vivaci ed “estive” dei Soon, c’è invece un sapiente utilizzo dell’elettronica che crea un sound intrigante, che ammalia con discrezione e culla dolcemente, e non ci sono testi urlati, ma intense poesie sussurrate nel silenzio di una notte lontano dai caotici fasti delle metropoli, magari di fronte ad un camino acceso mentre fuori dalla finestra la neve rende tutto ovattato. È proprio questa atmosfera confidenziale a rappresentare l’essenza e la forza dell’album, ed è anche l’ambientazione perfetta in cui immergersi per l’ascolto: brani come “Sensitivity” o “My wildest time” sono piccoli scrigni musicali da aprire nell’intimità del proprio salotto, con una tazza di the caldo sul tavolino per scaldarsi lo stomaco e il pop delicato dei pezzi per scaldare il cuore, la malinconia di “The girl” non si apprezza certo attraverso un’autoradio tra i clacson e le code in tangenziale, e così per “The country”, un folk appena accennato che ricorda le parentesi più intimiste di Suzanne Vega, e ancor di più per “Butterfly”, talmente soave da dispiacersi per la scelta della stampa su cd, perché il quasi impercettibile fruscìo della puntina di un giradischi lungo i solchi di un vinile sarebbe l’ultimo tassello verso l’estasi assoluta...

Una mezza favola moderna quella della bella e brava Odette, fatta di attimi di celebrità, anni di lavoro e dedizione alla musica che finalmente danno i meritati frutti, una spolverata di superstizione e un’aura di magia che non guasta mai, ma soprattutto un album scintillante questo “Infection”, avvolgente ed emozionante, da ascoltare con il cuore oltre che con le orecchie, che delizia e culla con le sue melodie, apre delicatamente la porta delle emozioni e ci fa guardare un po’ dentro noi stessi. Quel che ci ritroveremo a pensare e a provare non lo possiamo prevedere, ma una volta premuto play fuori dalla finestra compare la neve, come per magia anche fuori stagione, la città e i suoi rumori spariscono e la mente ed il cuore possono correre liberi, verso dove non si sa, ma la musica è splendida e non serve altro….

Voto: 8

Tracklist
1. In motion
2. Talk to me
3. The girl
4. Sensitivity
5. Butterfly
6. 61 cravings
7. My wildest time
8. Getaway
9. The neptunian
10. The country
11. My wish
12. Nicht ride
13. Back home




Recensione pubblicata su Oubliette Magazine

martedì 30 ottobre 2012

Greg Lake in Italia!


Ciao a tutti!

Il 2012 è stato un anno di grandissimi e graditissimi ritorni, soprattutto dal vivo, e pare non volersi arrestare! Un nuovo tassello si aggiunge alle tournèe che hanno toccato e toccheranno l'Italia prima della fine dell'anno, e che tassello! Greg Lake, si, QUEL Greg Lake, tornerà in italia tra la fine di novembre e l'inizio di dicembre per 6 date che si annunciano davvero imperdibili!

Di solito non faccio pubblicità di questo tipo sul blog, ma questo mi pare un evento che merita di essere segnalato! Di seguito il comunicato stampa:


Piacenza, Roma, Bologna, Verona, Trezzo sull'Adda e Firenze: dal 28 novembre al 5 dicembre un'intramontabile leggenda del rock torna nel nostro paese. Vocalist di King Crimson e Emerson Lake & Palmer, il musicista inglese racconta la propria carriera in un avvincente spettacolo solista  
Songs of a lifetime: Greg Lake in tour in Italia


Art Up Art
è lieta di presentare:

SONGS OF A LIFETIME:
AN INTIMATE EVENING WITH GREG LAKE

...il tour italiano di Greg Lake...


"La musica, gli aneddoti, domande e risposte con il pubblico e molto altro": così Greg Lake presenta Songs Of A Lifetime, il nuovo tour solista che finalmente, dopo una grande attesa, approda in Italia. 28 novembre Piacenza (Teatro Municipale), 1 dicembre Roma (Teatro Ambra alla Garbatella), 2 dicembre Bologna (Auditorium Manzoni), 3 dicembreVerona (Teatro Camploy), 4 dicembre Trezzo sull'Adda - MI (Live Club), 5 dicembre Firenze (Viper Club): queste le sei serate che Lake terrà nel nostro paese, dal quale è assente dal 1997, anno dell'ultimo tour italiano di Emerson Lake & Palmer.

Nato a Bournemouth il 10 dicembre 1947, dopo aver militato con gruppi dell'underground inglese come Shame, Shy Limbs e Gods, debutta nel 1969 con i King Crimson di In The court Of the Crimson King. Sua la voce nell'indimenticabile capolavoro del progressive rock, di cui interpreta l'atteggiamento più sfrontato e virtuosistico - incarnando anche lo slancio melodico e la vocalità suadente - con il supergruppo Emerson Lake & Palmer. Il trio, nel quale canta e suona basso elettrico e chitarre, è tra i grandi protagonisti del rock internazionale degli anni '70: durante il decennio Greg collabora anche con Pete Sinfield, fonda l'etichetta Manticore, infine dopo lo scioglimento del gruppo lancia la propriacarriera solista. E' un'avventura longeva e di grande successo, tra collaborazioni importanti (da Bob Dylan a Ringo Starr) e reunion con Emerson e Palmer, come quella del 2010 a Londra. Nel 2005 Greg Lake torna dal vivo con la sua band e ancora oggi è attivo on stage, con tanta voglia di raccontarsi.

L'11 aprile 2012 ha inaugurato da Quebec City un lungo tour chiamato Songs Of A Lifetime: An Intimate Evening With Greg Lake, che finalmente arriva in Italia dopo un fitto calendario tra Nord America e Inghilterra. E' un'operazione che Greg affronta da solo, con la sua voce, le sue chitarre e una lunga storia da raccontare al pubblico: è proprio lo spirito di condivisione ad animare ogni concerto, che egli sviluppa narrando i propri trionfi ma anche le prime esperienze e i miti di gioventù. Lo stesso Greg ha dichiarato: "L'idea di una performance intima e autobiografica è una grossa sfida, è qualcosa di talmente stimolante che il solo pensarci mi emoziona: ho voglia di creare uno show diverso ogni notte, memorabile e unico, inatteso e d'impatto. Un evento intimo e imprevedibile insieme al pubblico". La stampa ha accolto con grande favore lo spettacolo, imminente la pubblicazione dell'autobiografia di Greg Lake, ispirata proprio da questo emozionante viaggio artistico.



Info prevendite e biglietti:

Greg Lake:
http://www.greglake.com

Art Up Art:
http://www.artupart.com

Info stampa:

Ufficio stampa Synpress44:

http://www.synpress44.com

lunedì 29 ottobre 2012

Sit-Rock: Video (Not) kill the radio star


Ciao a tutti!

A grande richiesta (???) tornano le Sit-Rock!

E' passato parecchio tempo dall'ultima sfida, e mi pare che sia arrivato il momento di ricominciare! Per l'occasione scostiamo leggermente l'attenzione dal discorso prettamente musicale e ci tuffiamo nel mondo della celluloide. Questa volta infatti il tema che ho scelto è quello dei videoclip, trasposizioni per il piccolo schermo che a volte riescono meglio delle canzoni su cui vengono registrati, spesso dei veri e propri cortometraggi che si meritano una bella gara da queste parti!

Ormai siete rodati e sapete già come funziona, ma per chi si fosse sintonizzato da poco una spiegazione mi pare doverosa: La sfida si compone di 20 canzoni da elencare, in questo caso senza nessun limite di genere, anno o altro, 20 pezzi, non uno di più non uno di meno, da annoverare tra quelli che secondo voi sono i migliori videoclip, quelli più riusciti, più espressivi, più spettacolari o semplicemente quelli che più vi piacciono, libertà assoluta!

Detto questo, al solito la sfida partirà domenica, quando posterò la mia personale lista e attenderò con ansia di leggere le vostre, una volta raccolte tutte faremo una bella votazione e vedremo chi la spunterà.... ^_^ Se vi va di partecipare non dovrete far altro che lasciare la lista nei commenti al post di domenica, avete una settimana di tempo per pensarci! ^_-

Appuntamento a domenica allora! Nel frattempo vi lascio una bella scarica di rock qui sotto, basta premere play.... :)




venerdì 26 ottobre 2012

Karma in auge - Rituali ad uso e consumo



“È un mondo difficile… È vita intensa. Felicità a momenti, e futuro incerto“, così Tonino Carotone recitava in una delle sua canzoni più famose, era il 1999 e il nuovo millennio era alle porte con tutte le speranze che l’arrivo del 2000 portasse cambiamenti in meglio. Oggi, nel 2012, queste parole sembrano non essere invecchiate di un solo giorno…

Il futuro di questi tempi è sempre più incerto, la felicità si gusta sempre più a momenti, in frammenti da dosare bene e spesso travestiti da acquisti consigliati alla tv e piccole evasioni dalla quotidianità; tempi difficili, soprattutto se si vive in una piccola realtà, piccola e lontana dalle megalopoli frenetiche figlie della società globale come molte realtà del Sud del nostro paese, ed è proprio da una di queste che nasce il progetto musicale dei Karma In Auge, terzetto tarantino dal nome che profuma di Battiato e che vede in formazione Giovanni D’Elia al basso, Mimmo Frioli alla batteria e ai synth, e Salvatore Piccione ad occuparsi di voce, chitarra e synth, nonché alla stesura dei testi. La band nasce nel 2006 cercando fin da subito una propria dimensione musicale, la giusta combinazione di sonorità moderne e graffianti e liriche non scontate; per i primi anni l’attività del gruppo è composta principalmente da live e partecipazioni a diversi concorsi nazionali, finché nel 2010 viene pubblicato il primo lavoro in studio, “Memorie disperse“, un EP composto da 6 brani che riceve un buon riscontro di critica e regala ai tre la vittoria al concorso “Gothic room” organizzato da Darkitalia. Da qui partono una nuova attività live e l’elaborazione di nuove idee per un debutto ufficiale sulla lunghezza del Long Playing, in uscita il 29 ottobre.

“Rituali ad uso e consumo” – questo il titolo decisamente significativo dell’album – rappresenta un passo in avanti lungo il percorso di maturazione artistica della band; con questo secondo lavoro i Karma in auge mostrano fin da subito una profonda attenzione alle liriche ed un avanzamento nella composizione degli arrangiamenti rispetto all’esordio – seppur già decisamente buono – di “Memorie disperse”. Siamo dalle parti del post-rock e del post-punk, inutile girarci attorno, i 9 brani del disco avanzano su tempi solidi tra chitarre cavalcanti e groove graffiante, con i synth ad amalgamare il tutto e a regalare effetti corali e dispersioni sonore tipicamente figlie degli anni 2000, ci sono tracce di dark wave sparse qui e là, ma i passi si muovono senza troppe deviazioni lungo il sentiero tracciato da grandi nomi come Cure o Joy Division.
Le sonorità cupe del post-punk fanno da perfetta ambientazione per i testi dei brani, che raccontano della vita di tutti i giorni, dei suoi crucci e delle sue manie, della routine e dei suoi strozzanti meccanismi. Si parte con “Consumismo mon amour“, e sulla base sonora riverberante dei synth la voce di Piccione introduce una critica sarcasticamente amara alla società di questo “mondo stanco ed effimero” in cui “l’abbondanza non sarà mai un crimine”, vittima di un consumismo ossessivo-compulsivo che alla lunga omologa e anestetizza le personalità al punto che ci si ritrova di fronte alla tv a dire “Pubblicità, cosa mi consigli ora che sento il vuoto nell’anima?”. La successiva “La notte del rituale”, traccia di anticipazione dal cui testo è estratto il titolo dell’album, carica di watt la chitarra e si fa più aggressiva, come le sensazioni disilluse e nervose di chi si trova di fronte alla decisione di lasciare la propria terra in cerca di un futuro migliore, tra la paura di abbandonare le vecchie abitudini e la speranza di trovare un nuovo posto da poter chiamare casa, ‘chè – come risuona ossessivamente durante tutto il brano – “Home is the nest where all is best” (frase splendida).
Il desiderio di evasione dalle proprie prigioni è la sensazione dominante dell’intero album, che sia l’evasione da un luogo fisico o da sè stessi, da una routine che giorno dopo giorno ci condiziona sempre più e sopisce desideri e speranze, e ciò che traspare dalle canzoni è quanto certe sensazioni siano vissute sulla propria pelle, siano viste e narrate dall’interno di un animo in pena, terrorizzato da un futuro nascosto dalla nebbia della società contemporanea e dei suoi difetti, ma ancora capace di sognare, di vedere al di là anche quando tutto sembra buio.

Ecco allora che il disco prosegue tra alti e bassi emozionali, un percorso intenso fatto di attimi di felicità, speranze folgoranti e disillusioni cocenti, in bilico sul filo di un’esistenza che passa attraverso “Guerre fredde”, “Silenzi”, “Lotte visioni prigioni & routine”, a cavallo di un sound affascinante e coinvolgente, tanto potente quando a dominare sono chitarra e basso quanto avvolgente e sognante quando sono invece i synth a prendere il sopravvento, ed in cui il ruolo fondamentale resta comunque quello dei testi, delle parole quanto mai attuali e scandite chiaramente nonostante il nervosismo, parole che fanno di “Rituali ad uso e consumo” un disco di cantautorato moderno da ascoltare con attenzione, e – escluse le motivazioni bastiancontrarie dei soliti indie-snob – poco importa se musicalmente i brani non escano più di tanto dal seminato e restino ancora decisamente ancorati al genere, il sound è interessante e molto curato, tecnicamente impeccabile e soprattutto perfetto per la linea con cui il terzetto pugliese ha deciso di lanciare i propri messaggi, le liriche sono profonde e appassionate e il risultato è un ottimo album. Per una personalizzazione più importante del sound c’è comunque ancora tempo, e resta da vedere se il percorso di maturazione della band proseguirà a ritmi così alti, ma se queste sono le premesse non si può che sperare in bene, alla faccia del futuro incerto…

Voto: 7


Tracklist

1. Consumismo mon amour
2. La notte del rituale
3. Oltre il mondo
4. Persi
5. Guerre fredde
6. Lotte visioni prigioni & routine
7. Wave
8. Silenzi
9. Bovarysme




Recensione pubblicata su Oubliette Magazine