mercoledì 25 gennaio 2012

Bentornati ragazzi!




Firenze, 17 gennaio 2012, in Via De' Bardi al civico 32 qualcosa si muove, la vibrazione di un jack che si collega mette elettricità nell'ambiente, uno stivale nero con fibbia d'acciaio batte il tacco a terra e una voce urla "un, do, tre qua!", e un assolo al fulmicotone squarcia l'aria sbattendo via dalle pareti della sala prove una polvere vecchia di quasi vent'anni.... Sono tornati, ora, que viva, el bandido Litfibaa!

E' così, affiancati dai validissimi Daniele Bagni, Pino Fidanza e Federico Sagona rispettivamente a basso, batteria e tastiere, tornano Piero e Ghigo, braccio e cuore di una delle band più amate/odiate del panorama rock italiano. Tornano dopo la reunion del 2009, a ben 13 anni dall'ultimo album di inediti con Pelù alla voce. Nel 1999 usciva "Infinito", album molto criticato per l'eccessiva leggerezza e che sancisce una rottura all'interno della band, dopo la quale Pelù decide di dedicarsi alla carriera solista mentre Renzulli porta avanti il nome della band e il percorso artistico intrapreso all'inizio degli anni '80. Nessuno dei due progetti riesce però a prendere veramente il largo, perchè a Piero manca con i musicisti l'intesa vincente che c'era con Ghigo e a Ghigo manca l'indiscussa verve di Piero, così nel corso degli anni i due tornano pian piano a suonare insieme, e riprendono in sordina lo stesso sentiero che avevano abbandonato nel '99, fino ad arrivare all'ufficiale rientro in formazione di Pelù e al conseguente tour nei palasport in cui sono stati volutamente esclusi tutti i brani dei Litfiba a partire da "Infinito" e quelli della carriera solista di Pelù. Un messaggio forte, non tanto per l'esclusione dei brani delle carriere separate, ma soprattutto per i brani di "Infinito", sintomo che il desiderio è quello di chiudere in un cassetto le pagine poco ispirate del passato e riprendere da dove il discorso era stato realmente abbandonato. Come spesso accade in questi casi però i dubbi prima dell'uscita dell'album erano tanti, perchè queste reunion puzzano sempre di mossa di marketing, e un nuovo album dopo 13 anni porta con sè il rischio da una parte di essere troppo ambizioso e finire per risultare un flop e dall'altra di rivelarsi la solita minestra riscaldata e autocelebrativa che vende ma artisticamente vale meno di zero. Dubbi legittimi che Piero e Ghigo fugano prepotentemente con 10 brani pregni di rock graffiante, rabbia e scariche elettriche.

Già dall'incipit è chiaro il ritmo che i Litfiba hanno voluto dare a questo nuovo lavoro, così come evidenti sono i due aspetti apparentemente contrastanti che compongono la ricetta vincente dell'album e che riguardano il percorso della band negli ultimi 20 anni. Nel 1990 iniziava per i Litfiba un periodo particolare, una sorta di seconda nascita dopo l'esplosione iniziale e dopo album essenziali come "Desaparecido", "17 re" e "Litfiba 3". Tutto comincia con il passaggio della leadership a tutti gli effetti in mano all'accoppiata Renzulli-Pelù, e con l'inizio di un processo di evoluzione stilistica del sound, con cui il gruppo sposta il baricentro musicale dalla dark-wave degli inizi sempre più verso il rock, e grazie al quale i Litfiba pubblicano la cosiddetta "Tetralogia degli elementi", l'insieme di quattro album ognuno dedicato a uno dei quattro elementi alla base dell'essere, "El diablo" che ovviamente rappresenta il fuoco, "Terremoto" che celebra idealmente la terra, "Spirito" per l'aria e infine "Mondi sommersi", che non può che essere dedicato all'acqua. I singoli brani degli album, la loro genesi e il percorso musicale della band durante gli anni tra il 1990 e il 1997, periodo di pubblicazione degli album, sintetizzano meglio di qualsiasi altra cosa l'essenza dei Litfiba di Piero e Ghigo, pronti a lanciare provocazioni e critiche al sistema e agli stereotipi quanto a diventare più intimisti e riflessivi, capaci di partire dal rock puro e plasmarlo in funzione del messaggio che deve essere mandato, infarcendolo di metal, punk, elettronica, sonorità latine e sound più ricercati, arroganti quanto basta per conquistare il pubblico e coraggiosi quanto basta per affrontare tematiche sociali e "fastidiose", in continua evoluzione ma saldamente ancorati ai loro principi, due su tutti l'antimilitarismo e il rifiuto della violenza. Questi principi e un ritrovato spirito da rocker stanno alla base del nuovo lavoro, in cui i Litfiba riescono a riprendere le tematiche a loro care e un sound di cui con il tempo e la scissione avevano perso le redini. Se da una parte il legame con il passato e una sorta di "ritorno alle origini" c'è, dall'altra il gruppo ha il coraggio di non abbandonarsi a facili cloni dei propri successi e di guardare avanti e pubblicare un album artisticamente onesto e per nulla autocelebrativo.

"Grande nazione", questo il titolo chiaramente ironico dell'album che si riferisce all'Italia malridotta e corrotta in cui viviamo e che introduce il tema della critica sociale che sta al centro dell'intero disco. A chiarire tutto il resto ci pensa il primo brano, "Fiesta tosta", candidata fino all'ultimo per dare il titolo all'intero album e che si riferisce chiaramente alle festicciole del nostro ex premier e al Bunga-Bunga che ha spopolato per mesi su giornali, internet e tv, stampa violentemente nelle orecchie il marchio di fabbrica della premiata ditta Pelù-Renzulli dal primo secondo, con il primo a urlare "un, do, tre qua!" e il secondo a far partire la prima tremenda scossa dalle sei corde all'amplificatore con un riff che entra subito in testa e riporta alla mente quando nel '93 analogamente un grandissimo riff seguiva la voce graffiante di Pelù che urlavaa "O Terremoooto!!!". L'analogia con il passato, in particolar modo con "Terremoto", si sente nell'intero album ma non prende mai davvero piede, rimanendo soltanto una sorta di "suono distintivo" della band, una "traccia emotiva" mai invasiva. Il secondo brano è il singolo che qualche tempo fa ha anticipato l'uscita dell'album e che come al solito risulta il meno interessante dell'intero disco, "Lo squalo", brano dalle venature quasi metal che parla degli squali dei nostri tempi, i traghettatori della finanza, quelli che "Io mangio mangio perchè ho il coraggio, perchè sono l'opportunista a corto e lungo raggio". Quasi seguisse la legge del contrappasso dopo il brano peggiore dell'album arriva a chiudere la prima terzina quello che si candida ad essere il più interessante, "Elettrica", ballad carica che in perfetto stile Litfiba non porta con sè stucchevoli banalità, non c'è "Sole, cuore, amore", e non c'è "sei la mia tribù", c'è invece un vibrante sentimento che pervade l'aria e sconvolge, perchè le più belle parole sono quelle più inaspettate.

"Tra te e me", quarta traccia dell'album, è anche quella di più difficile interpretazione, per via di un testo perennemente in bilico tra fumosi concetti astratti e un chiarissimo "Fanculo quel che pensano gli altri!", e se ai primi ascolti subisce questa apparente inconsistenza, negli ascolti successivi prende qualche colpo anche sul versante della musicalità, risultando soprattutto verso il finale ridondante e quasi pomposa, nonostante un sempre affidabile Renzulli che non si risparmia nemmeno stavolta. A seguire arriva a mille all'ora "Tutti buoni", solido rock di contestazione verso un sistema corrotto e una classe politica che di politico ha ben poco e fatta di gente che in campagna elettorale spaccia promesse a destra e a manca e che poi puntualmente una volta raggiunta la poltrona se ne dimentica. Subito dopo, direttamente dall'ormai lontano 1983 arriva una ventata dark-wave con l'ispiratissima "Luna dark", rivisitazione arrangiatoria de "La preda", lato B del primo singolo in assoluto della band fiorentina, su cui si adagia un testo che dal cuore pulsante di Piero parte diretto alla figlia, a cui il brano è dedicato, con un cantato visceralmente sentimentale che entra sotto pelle senza bussare e conquista senza se e senza ma. Proprio quando i nervi sembrano sciogliersi la bestia Litfiba azzanna e si riparte con i botti veri, "Anarcoide" è fottutamente rock, combattiva, rabbiosa, graffiante, un violento cazzotto nello stomaco di un sistema lobotomizzante che sta stretto a chi ha il coraggio di urlare "Uso la mia testa, sono un rompicoglioni, sono un'altra cosa, fuori dal programma!", un pezzo energico e mordente che trova un seguito perfetto nella title track, che non abbassa il ritmo e soprattutto non cambia argomento, anzi rincara la dose incentrandosi su questa malridotta Italia e su tutto il marciume che la ricopre. "Grande nazione" è una mitragliatrice che spara colpi a raffica alla pessima politica, a una corruzione sfrontata che sembra aver preso il sopravvento, ma soprattutto alla malsana mentalità di una sempre più larga fetta di persone che si sentono italiane giusto allo stadio e per il resto si preoccupano soltanto di essere più furbi degli altri, di scaricare la colpa sul nemico di turno, gente che ha il coraggio di vantarsi della "Grande nazione" Italia che invece è ridotta ad essere "il paese dei balocchi per i ricchi, repubblica basata sulla furbata incentivata".

A portare altre scosse elettriche ci pensa "Brado", in cui viene fuori il rocker cafone e sprezzante che c'è in Piero Pelù, che alle regole e alle censure non ci sta e non ci vuole stare, Pelù è un cane sciolto per definizione, controcorrente per vocazione, "In direzione ostinata e contraria" come avrebbe detto il grandissimo Faber, pecora nera per attitudine (ve lo ricordate El diablo? "Si della famiglia io sono ribelle!"), un animale selvatico a cui le censure e le omologazioni stanno strette, un dito medio alzato, un arrogante "Fanculo!" urlato da una voce fastidiosa e nervosa che non ha paura di gridare che "Il mondo è una puttana che si vende a chi la paga di più". "Brado" è una bomba a mano, una scarica di adrenalina che preannuncia violenti poghi sotto il palco e scuote gli animi per poi lasciare il campo ai due densissimi brani a cui è affidata la chiusura del disco. Il primo, "La mia valigia", secondo singolo estratto dall'album, è l'unico vero, tremendo e nostalgico tuffo nel passato, a partire dal cantato di Pelù che arriva da lontano, così lontano da aver perso le speranze che tornasse, passando per l'arrangiamento che ricorda non poco pilastri della discografia della band come "Prima guardia" e "No frontiere" e che per i fan suona come un vero e proprio tuffo al cuore, finanche al tema principale, quello del viaggio, molto caro alla band dai tempi di Lacio Drom; "La mia valigia" è un inno a cuore aperto al viaggio come metafora e scelta di vita, con lo stretto indispensabile nella valigia e i sogni e il vento a fare il resto, un sentito e vibrante pezzo che già dal primo ascolto entra nelle vene e non se ne va più.... A chiudere l'album arriva la bonus track, "Dimmi dei nazi", semplice, lenta, densa di sentimento quanto è giusto che sia il ricordo di una delle più brillanti menti giornalistiche e letterarie del nostro tempo a cui è rivolto il brano, Fernanda Pivano, Nanda per chi la conosceva, morta ormai quasi due anni fa alla veneranda età di 92 anni e alla quale è dedicato il documentario "Pivano Blues - Sulla strada di Nanda" di cui proprio "Dimmi dei nazi" è colonna sonora.

"Grande nazione" è la sintesi di una band onesta, che ha vissuto periodi di grande ispirazione e successo, una frattura critica e una lenta rimarginazione della ferita. "Grande nazione" è la sintesi di Piero e Ghigo, un'accoppiata vincente ed esplosiva che ha affrontato alti e bassi, si è scissa e poi riconciliata, che ha toccato l'apice per poi crollare nel baratro, ma che alla fine ha trovato la forza di rialzarsi, certo un po' ammaccata, ma nuovamente pronta a colpire e a mettersi in gioco. Le aspettative su questo nuovo lavoro erano contrastanti, tra la speranza dei fan che speravano che tutto tornasse magicamente come 20 anni fa spazzando via il resto e la paura che i giochi ormai fossero conclusi e che una reunion tra Piero e Ghigo non sarebbe stata niente più che la classica mossa di marketing per portare soldi in cassa con il minor sforzo possibile. Con "Grande nazione" molte delle buone aspettative sono state esaudite, perchè questo album non ha niente da spartire con "Infinito", nè tantomeno con album come "Elettromacumba" o "Uomo di strada". Certo, di tempo ne è passato dall'ultima volta e parecchie cose sono cambiate, alcune in meglio e altre in peggio; Ghigo è sempre il solito Ghigo, non certo un grande virtuoso ma di contro un musicista energico quanto nessun altro in tutta Italia, una costante inamovibile, un vero e proprio muro portante, deciso e al servizio della squadra, il Gattuso della band, sempre pronto a mordere le caviglie e sopperire con le sue sei corde a qualche cedimento del suo ritrovato socio. Piero invece ha percorso strade completamente diverse e sarebbe stupido pensare che queste non lo influenzino. Una volta tornato nel branco il frontman ha potuto abbandonare le derive compositive intraprese durante la carriera solista, tornando ad occuparsi soltanto dei testi e lasciando la parte dell'arrangiamento al sempre fidato Ghigo, ma probabilmente il tempo passato l'ha un po' arrugginito e le metriche poppeggianti del Pelù solista sono evidentemente una bella gatta da pelare, così salvo poche vere perle, che comunque dimostrano che il buon Piero le grandi canzoni le sa ancora scrivere, i testi risultano principalmente abbastanza demagoghi, ben lontani dai tempi d'oro dei Litfiba e soprattutto dalle provocazioni, dai messaggi chiari e tondi e dalle frecciate taglienti che Pelù sapeva scagliare ai tempi di "Terremoto"; insomma, sui testi c'è ancora da lavorare, ma la base è solida e per i cedimenti ci si può sempre saldamente appoggiare al manico della Fender di San Federico Renzulli. C'è anche da segnalare un nuovo passo in avanti per Piero in quel che riguarda il cantato, che ora si è ripulito dai distintivi ma esagerati fronzoli diventando così più incisivo, cosa che a 50 anni non è certo semplice, sintomo che il ragazzo si applica. Resta comunque la consapevolezza di un gradito ritorno, il ritorno di una potente band che impara dalla sua storia e guarda avanti, prende ispirazione, e come non farlo, da una grande carriera senza cedere alle tentazioni di facili e scialbi remake narcisistici, anzi, rovesciando in questo lavoro frustrazione, rabbia, passione e sudore. La bestia Litfiba è una creatura in continua evoluzione, e 13 anni di buio non portano nient'altro che un po' di peso sulle spalle e una pelle più pesante, ma che Piero e Ghigo strappano a colpi di rock per lasciare spazio a quella nuova, pronta a prendere colpi e graffi, ma non a lasciarsi andare. Que viva, que viva, que viva, que viva!!

Voto: 7,5

Tracklist:


 1. Fiesta tosta
 2. Squalo
 3. Elettrica
 4. Tra te e me
 5. Tutti buoni
 6. Luna dark
 7. Anarcoide
 8. Grande nazione
 9. Brado
10. La mia valigia
11. Dimmi dei nazi (Bonus track)


12 commenti:

Massi ha detto...

Gran bella recensione!Io ero uno dei pochi ad aspettarmi solo un buon lavoro,forse perchè so che i Litfiba non si sono mai ripetuti; di sicuro non mi aspettavo qualcosa alla 17 Re,dato che Piero e Ghigo hanno già ampiamente dimostrato che da loro due roba come Gira Nel Mio Cerchio o Resta i fans se la possono solo sentir riproposta in concerto,ma non perchè non ne siano capaci,ma perchè il loro modo di intendere il rock'n'roll è quello che si sente in El Diablo e Terremoto. Saranno truzzi,saranno animaleschi,ma sono veri

lozirion ha detto...

@Massi: Grazie bro! ^_^

Mi sa che hai toccato qualcosa nelle impostazioni dei commenti, devi aver limitato i commenti ai membri del blog, perchè ho provato a lasciare un commento sul post di poco fa ma mi dice che devo essere membro del team....

Comunque eravamo almeno in due ad aspettarci qualcosa di buono da Piero e Ghigo. Credo che chiunque li abbia visti dal vivo dopo la reunion non possa aver sentito la carica e la voglia che traspariva.... E a marzo Assago!!! ^_^

Marco Goi (Cannibal Kid) ha detto...

ma bentornati cosa?????
piero pelù e l'antimusica per eccellenza! :)

lozirion ha detto...

@Cannibale: Quello che mi piace di te è l'assoluta obiettività di questi giudizi.... :P

Ti sei ascoltato l'intero album di Vasco, dai una possibilità anche ai Litfiba, no? Magari scopri che ti piacciono.... ^_-

allelimo ha detto...

+1 per Cannibal Kid

Massi ha detto...

@Loz:Prova a commentare ora,cmq i concerti hanno detto fino ad un certo punto perchè hanno proposto pezzi vecchi,quelli nuovi li hanno pubblicati dopo.Che sarebbe stato un disco potente era sicuro,ma che sarebbe stato buono un pò di meno

Blackswan ha detto...

Io la vedo così:i capolavori sono altri e l'originalità pure.Ma se ho voglia di ascoltarmi un disco di rock senza fronzoli, che non mi cambia la vita, ma mi diverte,Grande Nazione lo metto nel lettore volentieri.Se poi il termine di paragone diventa il rock mainstream italiano,faccio anche un applauso.Ottima recensione, fratello :)

DiamondDog ha detto...

Sono combattuto perchè sono di Firenze.
E anche perchè ai bei tempi (17 re e dintorni) i Litfiba hanno provato a fare qualcosa di diverso.
Ma da Terremoto in poi, un buon album di onesto e banalissimo "rock qualunque", hanno perso qualunque tipo di attrattiva.
La carriera solista di Pelù è stata inguardabile, i Litfiba con Cabo Caballo una macchietta da colorado.
Tremo al pensiero di cosa abbiano messo giù questa volta.

lozirion ha detto...

@allelimo: Non ne dubitavo! :P

@Massi: Bè, certo, però io ho visto la prima data della reunion e si sentiva un'intesa davvero forte, non dico che sembravano tornati come prima, però l'impressione già dal concerto è stata positivissima, più di quel che mi aspettavo....

@Blackswan: Bè, chiaramente non si sta parlando di un capolavoro, ma certamente è un album esplosivo e rock fino nel midollo....

@DiamondDog: Bè, non aspettarti un nuovo Desaparecido, nè tantomeno un capolavoro come 17 re, ma, come diceva Blackswan, piuttosto un disco di rock senza fronzoli.... Una cosa che non ho inserito nella recensione (in realtà l'avevo messa ma mi si è impallato il pc a recensione finita e non salvata così me la sono dovuta riscrivere quasi tutta, maledetto windows!) è che questo è un album con un impronta principalmente live. E' registrato in studio ovviamente, ma i ritmi e la continuità dei brani sono da concerto, e se come credo sai come siano Piero e Ghigo dal vivo puoi immaginare il risultato....

Comunque se decidi di ascoltarlo poi fammi sapere che ne pensi! ^_^

Marco Goi (Cannibal Kid) ha detto...

magari gli do' un ascolto per una recensione-massacro come quella di vasco :)
anche perché quel paio di pezzi che ho sentito su virgin radio sono davvero tragici...

lozirion ha detto...

@Cannibal: Si, Lo squalo è pessimo e, onore al merito, pure loro hanno detto che è il pezzo più brutto, però qui dove mi aspettavo una stroncatura hanno promosso l'album, quindi magari troverai delle sorprese, chi lo sa.... :P

Ovviamente aspetto la recensione-massacro che anche se non concorderò mi farà spaccare come al solito.... ^_^

Massi ha detto...

@Loz:L'intesa c'è,ma non sempre porta a dei buoni risultati e Sole Nero,Barcollo e Squalo non sono proprio degli esempi brillanti di questa intesa e forse è proprio per questo che il disco è piaciuto