giovedì 26 aprile 2012

Oubliette Magazine


Ciao a tutti!

Questo post è esclusivamente a scopo pubblicitario, prestissimo pubblicherò un post chilometrico su una vera e propria pietra miliare, ma nel frattempo vi segnalo questo sito. Oubliette Magazine è un Web-Magazine di fotografia, letteratura, cinema, eventi, musica e un sacco di altri argomenti interessanti, e soprattutto è il web-magazine su cui da circa un'ora potete leggere la prima di una (spero) lunga serie di recensioni firmate dal sottoscritto!

L'album in questione è "Time of the signs" degli Hate Boss, un disco di musica principalmente elettronica che si scosta parecchio dai miei soliti standard, ma tant'è, mi è piaciuto e se vi va potete leggere la mia recensione qui.

Ora però un po' di rock d'annata ci vuole, ladies and gentlemen, il dirigibile!



giovedì 19 aprile 2012

La nebbia oltre il cancello



C'è un'immagine, una desolata landa innevata e sovrastata da una nebbia leggera ma abbastanza densa da non vedere l'orizzonte, un vecchio muretto di pietra e un arrugginito cancello di ferro aperto, chissà da quanto, chissà perchè.... C'è una sensazione, un sentore di smarrimento e di insicurezza, un senso di gelo, di quel freddo che penetra nelle ossa e che di notte difficilmente lascia dormire. Ci sono gli Afterhours, con il loro nuovo lavoro pubblicato pochissimi giorni fa, ad accompagnarci in questo tundreo e angosciante paesaggio, con la neve alle caviglie (e a volte fino alla gola), tra le pozzanghere, la nebbia e gli spettri.... Dove siamo? In Padania. Non la Padania ipocrita dei verdi parolai del celodurismo, nè tantomeno quella della frenetica Milano degli eventi, degli happy hour e dello shopping compulsivo. Siamo nella Padania più dura da digerire, quella fredda di migliaia, milioni di vite che si sfiorano ma non si toccano, quasi nel mezzo ci fosse quel sottile strato di nebbia a lasciare ognuno solo con in propri incubi, le proprie paure e i propri denigranti fallimenti. Dimenticatevi Milano quindi, e non aspettatevi facili, per quanto legittime, critiche sociopolitiche ma preparatevi ad un bombardamento emotivo, ad una realtà limpida e graffiante come la neve, perchè questa Padania non ha confini lungo un grande fiume, sta come uno scheletro nei vostri nascosti e ben serrati (ne siete sicuri?) armadi, e non conosce giurisdizione. Tutto inizia oltrepassando un vecchio cancello, quel che c'è prima siete voi, così come siete (e non mascheratevi, non serve), quel che c'è dopo lo state per scoprire e non sarete mai più gli stessi....

Un'atmosfera tetra, mai così azzeccata, spinge il primo passo, come i rami di un albero spoglio i suoni stridenti degli archi si intrecciano con la voce ineditamente gorgheggiante di Agnelli che introduce la metamorfosi. Vietato voltarsi indietro, e anche lo faceste il cancello ormai è sparito nella nebbia e l'inquietudine vi pervade, vi spiazza, di colpo siete in mezzo ad una storia confusa e fumosa, di cui Agnelli non è semplice narratore e voi non siete semplici spettatori. Tra chitarre acide e ansioso nervosismo, ritmi altalenanti e frasi di una ridondanza efficace e disarmante la storia si evolve, i passi si muovono veloci tra le botte della vita, le piccole speranze e la disillusione di chi di colpo si rende conto che "siamo fermi qui a guardare verso il niente, siamo il pubblico che spia un incidente". Il disincanto si trasforma in rabbia, le paure in ossessioni, la storia e le emozioni corrono lungo un sentiero tortuoso che passa per provocazioni e testi pungenti, per le cavalcate elettriche di "Fosforo e blu" e le geniali ironie di "Messaggio promozionale n.1" e  "Messaggio promozionale n.2", attraversa le acustiche e gracchianti parole limpidamente scandite e tremendamente reali di "Costruire per distruggere", si inerpica sulle vette musical-emozionali da brivido di "Ci sarà una bella luce", sprofonda nell'abisso con la struggente "Nostro anche se ci fa male" e la schizofrenica "Spreca una vita", e poi prosegue nel suo incedere ossessivo e snervante ma anche lento e claudicante finchè alla fine del sentiero si scorge una luce, un varco nella nebbia, il folgorante e cristallino attimo di estrema lucidità di "La terra promessa si scioglie di colpo"....

Lungo questo sentiero non sempre ben tracciato c'è tutto, c'è l'uomo con le sue paure e le sue illusioni, ci sono i falsi miti e le cocenti sconfitte, c'è un realismo che mette con le spalle al muro, ci sono la superbia e l'orgoglio, il pregiudizio e l'ironia, il bieco opportunismo e l'ingenua omologazione, ci sono pugni nello stomaco e sferzate a destra e a manca che potete scegliere di schivare (o di provarci) oppure di incassare, perchè quel che non ammazza fortifica, perchè le ossessioni sono "uno stato nella mente", perchè a volte uno schiaffo è l'unico modo per svegliarsi da un'illusione, perchè finchè siamo noi stessi gli artefici delle nostre psicosi c'è davvero da chiedersi "ha ancora senso battersi contro un demone?". C'è la vita in questi 15 brani, senza se e senza ma, nuda e cruda come nessuno di noi è più abituato a vederla, ci sono vibrazioni sotto pelle, rabbia e disperazione, sensi di colpa e teatralità, molta teatralità, ci sono distanze azzerate tra protagonisti e spettatori, quasi fossimo (e in fondo è proprio così) tutti sullo stesso confuso palco, ognuno a recitare la propria parte in maniera testarda e ottusa, talmente vicini da sfiorarsi gli uni con gli altri e talmente annebbiati da non riuscire nemmeno a vedersi. C'è la sperimentazione, c'è il coraggio e c'è l'umiltà, ci sono gli After, resuscitati e tornati allo splendore degli inizi dopo qualche inevitabile passo falso, in una nuova e affascinante veste, c'è la musica migliore che Prette, Dell'Era e D'Erasmo, per l'occasione rivitalizzati dal ritorno in formazione di Iriondo, abbiano mai fatto, ma soprattutto c'è Agnelli in stato di grazia, che più che mai fa pesare le sue parole e la sua vocalità, stavolta in una versione inedita che richiama quella inarrivabile dell'indimenticato Demetrio Stratos a cui Manuel non può negare di ispirarsi. Niente confronti però, non avrebbero alcun senso, perchè "Padania" non è soltanto un eccezionale concept album, non è soltanto un miscuglio di generi meravigliosamente complementari, è un viaggio fuori e dentro sè stessi, è una violenta spinta verso una consapevolezza che manca più di ogni altra cosa, è una storia che nonostante questo migliaio di parole non vi ho raccontato e non vi racconterò. La scelta è vostra e la strada è lì, di fronte a voi, c'è la neve fuori, fa freddo e la nebbia occlude lo sguardo, ma qualche passo più avanti c'è un capolavoro, dovete solo oltrepassare il cancello....

Voto: 9

Tracklist

1. Metamorfosi
2. Terra di nessuno
3. La tempesta è in arrivo
4. Costruire per distruggere
5. Fosforo e blu
6. Padania
7. Ci sarà una bella luce
8. Messaggio promozionale n.1
9. Spreca una vita
10. Nostro anche se ci fa male
11. Giù nei tuoi occhi
12. Messaggio promozionale n.2
13. Io so chi sono
14. Iceberg
15. La terra promessa si scioglie di colpo



mercoledì 18 aprile 2012

Non chiamatela radical-chic


Bigotti, benpensanti, perbenisti e schizzinosi si fermino qui, non ci provino nemmeno, perchè ora si inserisce il cd nello stereo e da qui in avanti saranno rabbia e tremendo realismo le parole d'ordine, frasi schiette e senza il minimo filtro, rovesciate come un travolgente fiume in piena da una ragazza di casa nostra con una voce e uno spirito rock che non si sentiva da troppo tempo....

Ilenia Volpe, classe 1979, romana e innamorata della musica fin da piccola quando, lei stessa racconta, l'immagine del padre seduto sul divano di casa con la chitarra tra le mani a cantare le pietre miliari del rock e le meravigliose liriche dei grandi cantautori italiani la rapisce, la affascina tanto da abbandonare i giocattoli per lasciarsi cullare dal suono della chitarra e dalle parole di una canzone.... Questo è l'inizio di tutto, una passione smisurata quella di Ilenia, che già a 15 anni compone la sua prima canzone e decide che la musica sarà la sua vita, una passione che le dà la forza di trasportare sensazioni ed emozioni diverse dal cuore alla musica, dalla testa alle parole, scarabocchiate magari su un foglio bianco in un improvviso impeto creativo oppure semplicemente per sfogarsi. Vive Ilenia, e quel che vive lo imprime nella musica, compagna fidata di sempre, ci prova e ci riprova per anni a fare la musicista, combatte per portare le sue canzoni dove vuole, e per diverso tempo gira l'Italia, apre qualche concerto di grosse personalità della musica, scambia emozioni e sudore sul palco insieme a molti artisti del panorama alternative e indie italiano, dai Linea 77 a Paolo Benvegnù, duetta con Moltheni e si fa un mazzo tanto per vivere di musica. In mezzo a tutte queste esperienze si ritrova a condividere il palco con Giorgio Canali, che oltre a trasmetterle un'evidente influenza punk rock ci vede lungo come sempre, la fa entrare a far parte del suo progetto "Operaja Criminale" e produce il suo album d'esordio ufficiale, pubblicato lo scorso 24 febbraio.

"Radical chic un cazzo", titolo aggressivo e nervoso, che se ne fotte dei timori reverenziali da primo album e chiarisce subito che Ilenia non è certo una che le manda a dire.... Si parte a cannone, con un esplosivo uno-due da quattro minuti totali di punk rock elettrico e distorto, non cercate testi impegnati in questo incipit, non cercate poesia, non cercate strizzatine d'occhio al mercato e ammiccamenti iniziali, qui ci sono solo la rabbia del punk e l'elettricità del rock dal vivo, c'è una sorta di nichilistico e rassegnato ermetismo nella frase finale di "Gli incubi di un tubetto di crema arancione" che recita "non parlo più/non scrivo più/non dormo in più/Bevo un goccio in più!", e c'è una rabbia adolescenziale che sembra essere rimasta per anni sopita e pronta ad esplodere con il secondo brano, "La mia professoressa di italiano", professoressa che a sentire Ilenia tra la batteria picchiata duro e la chitarra al massimo voltaggio "era una grandissima puttana".... Dopo l'esplosiva rabbia iniziale c'è lo spazio anche per brani più sentimentali come la successiva "Mondo indistruttibile", già vincitrice nel 2006 del premio come miglior musica al concorso "Augusto Daolio", un amaro e malinconico sguardo all'indietro che per poco meno di quattro minuti abbassa il ritmo ma tiene alti i battiti del cuore, per poi lasciare spazio a "Indicazioni per il centro commerciale" e ad altri due minuti secchi di punk elettrico e sferzante. La carica elettrica è il muro portante, il solco nettamente tracciato lungo cui si muove Ilenia per l'intero disco, a volte correndo più veloce e urlando più forte distorcendo la voce in una raschiante pulce nell'orecchio che non risparmia critiche dallo sfondo sociale come in "Prendendo un caffè con Mozart", e altre volte rallentando e prendendo fiato schiarendosi la gola per riflettere e poi finire di nuovo ad alzare i toni ed urlare le emozioni, la disillusa sofferenza di "Direzioni diverse" (splendida cover del Teatro degli orrori) così come lo struggimento de "La crocifinzione", pezzo crudo e sentito sicuramente tra i migliori dell'album, fatto di toni forti e un testo che difficilmente finirà sulle radio nazionali ma questo poco conta....

La cantautrice si muove senza problemi da tempi lenti a incursioni fulminanti, tra rabbia e dolcezza (seppur quest'ultima sempre con un tocco di malinconia), tra brani suoi in tutto e per tutto ed eccezionali interpretazioni di brani presi in prestito; in questo senso è emblematico il quartetto di pezzi finali: dalla traccia numero 8 alla numero 11 si alternano la collerica e incisiva "Le nostre vergogne", la coinvolgente melodia a metà tra un ovattata neoclassica e il crescendo rock finale de "Il giorno della neve", passando per un'altra cover coraggiosa eppure magnificamente riuscita, quella di "Fiction", brano dei Santo Niente dall'album "'sei na ru mo'no wa na 'i", fino alla vera perla del disco, piazzata lì quasi nascosta in fondo all'album come un ultimo regalo prima dei saluti, l'abbagliante "Preghiera", disarmante ballata elettrica scritta a quattro mani con Steve Dal Col, chitarrista dei Rossofuoco. In undici brani la trentatreenne romana passa da adolescente incazzata ad adulta riflessiva, poi riflette forse troppo e il troppo riflettere la fa di nuovo incazzare, si sfoga, urla, soffre, picchia i piedi, si ferma, respira e poi riparte, canta a squarciagola e lancia messaggi sottovoce, corre a mille all'ora e infine si ferma, forse stanca, e prega, prega per non finire lei stessa ad essere l'ennesima preghiera, l'ennesima omologata litania vivente ripetuta sempre uguale nei secoli dei secoli. Insomma, chi è Ilenia Volpe? In un panorama musicale infarcito di band e artisti autodefinitisi "alternativi" ma che suonano tutti mostruosamente simili e pieno di gruppi di ragazzini senza la benchè minima esperienza che se tutto va bene hanno passato da poco la terza media, il Giorgione nazionale tira fuori l'ennesimo coniglio dal cilindro e premia giustamente un'artista che arriva al suo debutto ufficiale all'età di trentatrè anni, dopo una gavetta sudata come nella migliore tradizione rock ('chè come dicevano gli AC/DC, "It's a long way to the top if you wanna rock'n'roll"), un'artista coraggiosa che porta emozioni, sensazioni e canzoni con la schiettezza e l'onestà di chi ama la musica e odia le etichette, soprattutto quelle date freddamente senza aver prima compreso e una in particolare.... Allora inserite il cd, premete play e sparatelo al massimo del volume, e poi chiamatela rockettara, cantautrice, punk rocker o alternativa, chiamatela ribelle, schietta, arrogante, riot girl se volete, ma non provate (e non ci riuscireste alla fine dell'album) a chiamarla radical-chic.

Voto: 8

Tracklist:

1. Gli incubi di un tubetto di crema arancione
2. La mia professoressa di italiano
3. Mondo indistruttibile
4. Indicazioni per il centro commerciale
5. Prendendo un caffè con Mozart
6. Direzioni diverse
7. La crocifinzione
8. Le nostre vergogne
9. Il giorno della neve
10. Fiction
11. Preghiera



martedì 17 aprile 2012

Time Machine


NEW YORK '70


Vivere in un altro luogo e in un altro tempo. Un sogno che penso abbia sfiorato tutti in qualche misura, un desiderio fuggente insinuatosi nella mente grazie a una canzone, alla scena di un film, a un costume, a un libro, a una fotografia magari. Da parecchio tempo ormai ho il forte desiderio di visitare New York. Negli ultimi anni, e per ultimi intendo gli ultimi dieci più o meno, i viaggi si sono diradati, le vacanze standardizzate e, forse di conseguenza, i sogni sono aumentati. In realtà il sogno ricorrente è sempre quello: andare a New York, non meno di dieci giorni. Meglio se per un periodo più lungo. Ogni tanto la fantasia parte per la tangente e allora il desiderio diventa andare a New York negli anni '70. Mi dicono sia una cosa che ancora non si può fare a meno di non essere in possesso di un Tardis o di grandi dosi di LSD di quello buono. Perché proprio New York negli anni Settanta? In realtà non c'è un motivo ben preciso, suggestioni, istinto, per lo più penso sia colpa del cinema. Il cinema che arriva a noi direttamente dai meravigliosi Seventies. Capitolo primo: adorava New York, la idolatrava smisuratamente. Ma no, è meglio la, la mitizzava smisuratamente. Ecco. L'incipit di Manhattan, film di Woody Allen datato 1979, dice tutto. Il nocciolo
della questione sta tutto lì, in quella parola che non potrebbe essere un'altra in questo contesto: mitizzava. New York è un luogo mitico per chi ama la cultura pop. Cinema, libri, fumetti, musica hanno contribuito a rendere questo luogo un luogo di tutti. Non mi riferisco al melting-pot e cose del genere, New York è il luogo anche di chi come me non c'è mai stato.
Di questa sequenza iniziale tutto mi attrae. Le splendide note di Gershwin (Newyorkese), gli skylines, le luci all'imbrunire, i diners, le strade ricoperte dalla neve, il fumo che esce dai tombini, i taxi gialli, i campetti da basket, il parco, la folla brulicante, l'arte, i contrasti stilistici, le insegne luminose, tutto.
Però dice che la Grande Mela non fosse poi così linda e sicura negli anni '70. Tempi difficili quelli, il sogno iniziava a sgretolarsi dopo decenni decisamente più fortunati. Molte sono le pellicole tramite le quali ci viene mostrata la deriva della città in quegli anni: il degrado di quartieri come il Bronx e Harlem, quello delle notti a Central Park, gli homeless ai bordi delle strade, i ghetti,la droga, i problemi delle minoranze, la corruzione, la crisi finanziaria e quant'altro. Eppure in quelle immagini c'è una fascinazione incredibile, che ci mostrino la sfavillante Manhattan o la miseria di Harlem poco importa. Proprio nel tipo d'immagine sta il bello.  Quella grana sulla pellicola, quella luce, quei colori. Caratteristiche che si ritrovano anche in molti dei telefilm della nostra infanzia, almeno per chi come me nasce intorno alla metà di quel decennio (oh, in fondo è il mio decennio, servono altre giustificazioni? Sono nato negli anni '70 e me ne vanto, come non potrei?). E poi le auto, la moda, le acconciature, la grafica degli album del periodo e ovviamente la musica. Se ai favolosi Sessanta si deve una grandissima rivoluzione musicale anche la poco florida situazione del decennio successivo a New York contribuisce alla germinazione di importanti generi musicali. I New York Dolls ad esempio venavano il loro rock di sprazzi punk con piglio glam andando a inserirsi nel filone proto-punk, c'erano i Ramones a dare il loro contributo alla scena punk rock, esplode la Disco Music con l'aumento nei '70 delle discoteche: prima evoluzione di Funk e R&B legata alla cultura nera, vero e proprio fenomeno musicale di massa nella seconda metà del decennio. Viene datata 1973 la nascita dell'Hip hop nel Bronx, New York. E già c'era Afrika Bambaataa, pensate. Insomma c'era fermento a New York nei Seventies. Molto.
Molto di questo fermento è dovuto alla ricerca di rivalsa della popolazione nera che ha dato un contributo fondamentale alla cultura del periodo. Affascinante, anche se poco apprezzato nel termine, il fenomeno della Blaxploitation. Legato principalmente al cinema con pellicole aventi per protagonisti attori afroamericani rivolte a un pubblico composto per lo più da afroamericani. Forse questa corrente cinematografica non ci ha lasciato film memorabili ma sicuramente alcune colonne sonore degne di nota (e le prove di una splendida Pam Grier). Shaft (1971), pur qualitativamente non eccelso, vinse addirittura un Oscar per l'omonima e bellissima canzone di Isaac Hayes e salvò la Metro-Goldwin-Mayer dalla bancarotta. I nomi coinvolti nella lavorazione delle soundtrack di questi film sono molti: Curtis Mayfield, Quincy Jones, Bobby Womack (splendida Across 110th street), Marvin Gaye, James Brown e chissà quanti altri ancora.
Il sogno meriterebbe un numero ben maggiore di parole per essere descritto per bene ma cercherò di limitarmi e di chiudere parlando delle storie Newyorkesi che il decennio in questione ci ha lasciato in eterna eredità. Tralascio le suggestioni scaturite ammirando le splendide tavole dei comics d'epoca dove un Uomo Ragno appeso alla sua tela svolazza tra i grattacieli di Manhattan passando davanti al Baxter Building mentre a Hell's Kitchen un uomo vestito da Diavolo Rosso manteneva vivibile il suo quartiere e vado a concentrarmi ancora una volta sul cinema.
Dalle violente Mean streets Scorsesiane di Little Italy (1973) alla denuncia della corruzione dilagante nel corpo di polizia da parte di Frank Serpico (1973) il cinema dei '70 non ha di certo tenuto nascoste le magagne dell'epoca. La diffusione delle droghe e la French Connection sono alla base de Il braccio violento della legge (1971), il racconto di una rapina realmente tentata in quel di Brooklyn diventa il film di culto Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975), le macchinazioni di politica e servizi segreti immortalate nella spy story de I tre giorni del Condor (1975) e nel film Il maratoneta (1976), il dramma dei reduci dal Vietnam nel grandissimo Taxi driver (1976) e quello delle gang nel mitico I guerrieri della notte (1979). Ma non solo degrado e violenza caratterizzano il cinema ambientato nella Grande Mela dei settanta. Basti pensare ai film di Allen come Manhattan(1979) o Io e Annie (1977), al dramma sentimentale Kramer contro Kramer (1979) o all'altro film di culto La febbre del sabato sera (1977). Di certo non era tutto rose e fiori all'epoca a New York, anni e vita dura per molti, lontane forse le speranze della controcultura hippie per distanza (fenomeno legato maggiormente alla costa ovest) e per il tempo trascorso. Rimane comunque un periodo culturalmente vivo e che esercita, almeno su di me, un incredibile fascino. Certo che per ora mi basterebbe andarci a New York, per i '70 poi si vedrà.



La firma cangiante, 17/04/2012

SOGNANDO CALIFORNIA


Quando Graham arriva in California dalla piovosa Inghilterra, forse non sa ancora che, di lì a breve, la sua vita cambierà radicalmente. Da qualche giorno, ha conosciuto Joni e se ne è innamorato perdutamente, probabilmente sta già facendo qualche progetto di convivenza, pensa di trasferirsi o comunque di stabilizzare il rapporto nonostante li separi un oceano. Ma ci sono anche i suoi Hollies che lo aspettano in patria per continuare a scalare le classifiche con belle canzoni di luminoso pop-rock. Forse sta proprio rimuginando sul da farsi, quando una sera, a casa di Joni, dove si riuniscono quotidianamente i migliori artisti e musicisti della scena losangelina, sente due ragazzi cantare. Si chiamano David e Sthepen e giocano con le voci come un prestigiatore fa trucchi con le carte. Stanno abbozzando una canzone che si intitola Helplessly Hoping e la melodia è qualcosa che avvicina al Creato. Graham si unisce ai due e quasi per scherzo inizia a cantare anche lui. Le tre voci si incastrano, si inseguono, si sovrappongono, si sfiorano, ma soprattutto accarezzano le orecchie degli astanti, convinti, come qualcuno sosterrà in seguito, di aver ascoltato un coro d’angeli caduti sulla terra. E’ il 1968 e nasce, a casa di Joni Mitchell, quello che sarà uno dei gruppi californiani più importante di sempre, i Crosby ( David ) Stills ( Stephen ) & Nash ( Graham ). Siamo a Los Angeles, siamo in California, siamo in quello che per tra la seconda metà degli anni ’60 e la prima metà degli anni ’70 sarà il centro musicale del mondo.
La mia personalissima macchina del tempo è puntata esattamente in quegli anni, perché se potessi fare un viaggio attraverso un varco spazio – temporale – musicale io mi catapulterei lì, a percorrere anni e chilometri tra San Francisco e Los Angeles. C’è vita in quei giorni, tanta vita : c’è l’odore dei fiori, il mito del surf, ci sono gli hippies e la filosofia peace and love, c’è una fottutissima guerra, contro cui marciare e protestare, ci sono droghe vecchie e nuove, che aprono le porte della percezione, aiutano a creare, a sperimentare. E c’è una musica che nasce, libera, alternativa, politicamente impegnata o delicatamente romatica. A Frisco impazzano i Jefferson Airplane che parlano una lingua rock e psichedelica mai udita prima. Verranno capolavori come Somebody To Love e White Rabbit, verrà lo sperimentalismo spinto di After Bathing At Baxter’s, i mitici concerti al Fillmore, e gli Acid Tests, le luci stroboscopiche e LSD ad anticipare gli odierni rave party. E sarà proprio la filosofia della droga e dell’acido a marchiare indelebilmente la leggenda dei Grateful Dead, i loro concerti-happening, il loro rock anarcoide, sperimentale, onnivoro, che troverà il suo culmine in American Beauty ( 1970 ). Ma sono anche anni di guerra, c’è il Vietnam, c’è una generazione falcidiata da una morte che entra quotidianamente nelle case. La musica allora si fa protesta, rivoluzione, le rock band sfilano a fianco degli studenti che riempiono le manifestazioni in ogni angolo d’America. I Jefferson Airplane scrivono Volunteers ( 1969 ), che rappresenta la grande sfida del rock al sistema americano e il grido di rivolta delle frange estreme e radicali del movimento studentesco. Un impegno politico e sociale che a Los Angeles trova i propri alfieri nei CSN & Y ( Y sta per Neil Young, che si unirà ai tre dopo il primo album ), quattro diverse anime musicali che trovano una perfetta, quanto fugace, armonia, e scrivono il manifesto West Coast ( Deja Vù ), cristallizzano in versi l’epoca hippie ( Teach Your Children, Woodstock ) e propongono commoventi ballate libertarie e antimilitaristiche ( Find The Cost Of Freedom, Ohio ). Eppure, la scena losangelina è capace di dare vita anche a un movimento musicale introspettivo, romantico, che guarda non al sociale ma agli struggimenti privati di una generazione. Musicisti che Frank Zappa, con molto cinismo, definirà navel-gazers, coloro cioè che vivono rimirandosi l’ombelico ed elevano i propri problemi a dimensioni universali. Saranno la meravigliosa Carole King del sublime  Tapestry ( 1971 ), sarà James Taylor con il carezzevole rock di  Sweet Baby James ( 1970 ), sarà il folk colto di Joni Mitchell che sfornerà due capolavori come Ladies Of The Canyon ( 1970 ) e l’inarrivabile Blue ( 1971 ).Più di ogni altro, è questo il mondo musicale in cui avrei voluto vivere. Un mondo in cui la musica era inesauribile fermento, viveva in perfetta simbiosi con la generazione che rappresentava. Quello californiano era un rock che apriva nuove strade ai giovani, indicava loro la direzione e ne sosteneva il cammino, fra tensioni politiche e derive intimiste; e i giovani, per converso, aiutavano il rock a crescere, lo plasmavano ai loro desiderata, alle speranze, ai sogni. Non è un caso che quelli fossero gli anni dei grandi concerti: non semplici live act, ma veri e propri happening nei quali la gioventù si formava, cresceva intellettualmente, cambiava i propri costumi, sperimentava insieme. In nessun altro luogo al mondo, mi sarei visto così bene come nella California di quarantanni fa: il mare a cullarmi lo sguardo, infradito ai piedi, asciugamano in spalla, un purino di marjiuana fra le labbra e tanta musica nel cuore. Peace & Love, bros and sisters: andiamo, la spiaggia ci aspetta con le sue onde e il suo sogno di capelli al vento.



Blackswan, 17/04/2012

MISSISSIPPI'S BURNING


Quando si ha una passione, una passione vera, prima o poi per forza di cose si finisce a studiarne la storia, si va a scavare nel passato di quel che così tanto ci affascina, per curiosità e un po' per una sorta di inconscio senso di gratitudine verso chi ha dato il via ad una passione che sentiamo nostra fin sotto pelle. Per la musica, così come per tutte le arti, tornare alle origini significa viaggiare all'indietro per decenni, secoli addirittura, e a volte ci si imbatte in periodi storici, contesti e luoghi nei quali si vorrebbe essere addirittura nati e vissuti, per poterne sentire totalmente e incondizionatamente il clima, respirare l'aria di quegli anni, affondare le mani in quella stessa terra così ricca di ispirazione....

Il rock, quello che più mi appassiona, è quello che però cronologicamente è più lontano. Mentre la massa guardava MTV e seguiva le hit mondiali io passavo pomeriggi interi guardando "Evergreen", e nella mia collezione di dischi ci sono moltissimi nomi che purtroppo ho potuto leggere soltanto sui libri e ascoltare e vedere in differita. Nomi grandi, che ancora oggi mettono un po' di soggezione e che anagraficamente parlando potrebbero essere miei genitori o spesso addirittura miei nonni. Ci sono nomi, tanti nomi, che appartengono agli anni '70, o meglio ancora ai '60, nomi che hanno la capacità di mettere tutti d'accordo e che stanno al di sopra delle semplici questioni di gusti personali o simpatie e antipatie. Ci sono i Beatles, i Rolling Stones, ci sono Led Zeppelin, Beach Boys, Frank Zappa, I Doors, Hendrix e chi più ne ha più ne metta; tutta questa gente ha cambiato la storia, ha cambiato la musica ed è riuscita, tramite la musica, ad arrivare dove la politica, l'economia e le importanti scienze che muovono il mondo non hanno saputo arrivare. La musica di quegli anni ha smosso popoli più delle motivazioni politiche, ha affondato colpi al sistema più di ogni vile attentato e non a caso è fonte di ispirazione ancora oggi che quegli anni sembrano tanto lontani....

Non sono però gli anni '70, e nemmeno i '60 quelli che personalmente rispondono davvero alla domanda "In quale periodo musicale avresti voluto vivere?". E' invece il decennio precedente, troppo spesso messo da parte e forse addirittura sottovalutato, ad affascinarmi tanto da desiderare di poter saltare su una DeLorean e tuffarmici a 88 miglia orarie. Gli anni '50, il primo decennio del dopoguerra, tempo di ricostruzione e di crescita, di incubi finiti e di buone speranze, anni non certo splendenti in tutto e per tutto, ma certamente ricchi di desiderio di cambiare le cose, lo stesso desiderio che negli anni '60 esploderà cambiando volto al mondo intero e che nasce proprio in questo periodo in cui lentamente si ripartiva e in cui la fatica era tanta e la musica era uno dei pochi modi per smorzarla.... C'è un luogo in particolare che personalmente reputo una sorta di Mecca in questo senso, un luogo sacro ricco di storia, a volte di mistero e musica, una musica che viene dal cuore della terra e dal profondo dell'anima; il luogo in questione è uno degli Stati Uniti, uno "Staterello" che oggi conta poco meno di 3 milioni di abitanti, che sfiora Memphis, ultimo baluardo del Tennessee, corre lungo il fiume da cui prende il nome e poi giù, fino alle coste del golfo del Messico. Naturalmente parlo del Mississippi e soprattutto delle rive del suo grande fiume, teatro di avventure letterarie e soprattutto di miti musicali. E' lungo le rive del Mississippi, all'incrocio di due sentieri sterrati che si dice che in una notte degli anni '20 Robert Johnson abbia stretto un patto con il diavolo vendendo la propria anima in cambio di saper suonare la chitarra. E' lungo le rive del Mississippi che nei successivi decenni nacquero il blues, il Jazz e il Rythm & Blues. E' il Mississippi, quando si tuffa nel golfo, che fa da culla al Delta Blues che diede il via a tutto. E' nel polveroso stato del Mississippi che negli anni '50 esplodono, su tutti, due mostri sacri del rock e del blues, il Re del Rock'N'Roll Elvis Presley e il "Blues boy" B.B. King. Con questi due nomi potrei chiudere il post e sentire di aver chiarito quali siano i motivi per adorare gli anni '50 a tal punto, ma sono i nomi a rendere grande il Mississippi o è il Mississippi a rendere grandi i nomi? Che aria si respirava 60 anni fa in quei luoghi rimasti per decenni quasi fuori dal tempo e che di colpo si sono trasformati da campi di cotone e fangose paludi alla culla del blues e del rock'n'roll? Non erano sicuramente la pace e la tranquillità ad aleggiare in quegli ambienti e non era certo il benestare la parola d'ordine, ma forse proprio per questo il risultato è stato così strabiliante. Faber in una sua stupenda canzone spiegava che "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior"; più che di letame in questo caso si parla di fanghiglia, ma i fiori che ne sono nati sono splendidi e faccio davvero fatica a credere che non ci possa essere qualcosa di quasi magico in questi luoghi, qualcosa che ancora oggi non si riesce ad afferrare veramente, e mai ci si riuscirà senza aver vissuto il Mississippi sulla propria pelle. E' nato il blues in quegli anfratti, dalle dita callose e le gole arse frutto di anni a lavorare nei campi di cotone per meno di un tozzo di pane, sono nati il jazz e lo swing, perchè proprio dove la vita si fa dura un po' di spensieratezza è l'ancora a cui avvinghiarsi per resistere, ed è nato il rock'n'roll, perchè il mondo stava davvero cambiando e i ragazzi lo sentivano, sono nate le hit e gli idoli quando un ragazzino meno che ventenne con i pochi spiccioli che aveva in tasca volle incidere una canzone su un disco da regalare alla madre, e ancora non sapeva che sarebbe diventato re.... Sono nati quei suoni che anche dopo 60 anni riecheggiano forti e densi come la prima volta, e potendo viaggiare nel tempo la mia direzione sarebbe senza dubbio quel periodo, quando tutta la musica che amo era ancora un germoglio, quando quelle vibrazioni malinconiche e quelle esplosioni di sentimenti le avrei potute afferrare realmente, quando la vita era dura ma la musica era splendida e forse, lungo gli argini di quell'imponente fiume, avrei potuto potuto sentire sotto la pelle quella strana ed affascinante ondata che come per magia da una mano callosa e sei corde tese sa colpire al cuore senza bisogno di un mirino....



Lozirion, 17/04/2012


martedì 10 aprile 2012

corde fumanti


Ciao a tutti!

Questo post è solo per dire che non sono morto, scusatemi ancora una volta per i secoli che passano tra un post e l'altro ma sono un po' a corto di tempo ultimamente, sicuramente da settimana prossima però si riparte a mille! E allora intanto che cerco di completare il post più rivisitato, cancellato e riscritto della mia vita vi lascio in mani decisamente buone....

Steve, ci sei?.... Facciamo fumare queste diavolo di corde!






lunedì 2 aprile 2012

Sit-Rock: The Italian Job - And the winner is....


Ciao a tutti!

La votazione per la Sit-Rock dedicata alla musica di casa nostra si è conclusa sabato con un gran testa a testa finale. Per l'occasione vi siete scomodati in 27 per proporre le liste e addirittura in 89 per dare il proprio voto e ci tengo a ringraziare tutti per il bel risultato che ne è scaturito.... Ora però è tempo di acclamare il vincitore, o meglio la vincitrice....

Direi che per l'occasione il podio ci sta tutto, e quindi partiamo con il terzo posto, con il 13% di preferenze, si aggiudica una gloriosa medaglia di bronzo Lucien! Complimentoni!

Ecco qui le sue 20 canzoni italiane:

1. Caterina Caselli - Insieme a te non ci sto più
2. PFM - Impressioni di settembre
3. Lucio Battisti - La luce dell'Est
4. Adriano Celentano - Prisencolinensinainciusol
5. Fabrizio De André - La collina
6. Francesco De Gregori - Atlantide
7. Claudio Lolli - Ho visto anche degli zingari felici
8. Patty Pravo - Pensiero Stupendo
9. Francesco Guccini - L'avvelenata
10. Elio e le storie tese – Pippero
11. Daniele Silvestri – L’uomo col megafono
12. Ustmamò – Memobox
13. Franco Battiato - La cura
14. Frankie Hi NRG – Quelli che ben pensano
15. CSI - Forma e sostanza
16. Quintorigo – Kristo sì
17. Offlaga Disco Pax – Robespierre
18. Verdena - Luna
19. Afterhours – Ballata per la mia piccola iena
20. Africa Unite - Bit crash

Gradino intermedio del podio, in lotta fino alla fine per la testa della classifica, con 24 voti pari al 26% si piazza secondo Cannibal Kid! E bravo cannibale!

Qui sotto i 20 pezzi italiani cannibali:

1. Nada - Ma che freddo fa
2. Afterhours - Voglio una pelle splendida
3. Mina - Se telefonando
4. Verdena - Viba
5. Domenico Modugno - Meraviglioso
6. Bluvertigo - La crisi
7. Lucio Battisti - Sì, viaggiare
8. Carmen Consoli - Confusa e felice
9. 99 Posse - L’anguilla
10. CSI - Forma e sostanza
11. Moltheni - Finta gioia
12. Baustelle - La guerra è finita
13. Tre Allegri Ragazzi Morti - Occhi bassi
14. Donatella Rettore - Lamette
15. Scisma - Rosemary plexiglas
16. Le luci della centrale elettrica - Cara catastrofe
17. Linea 77 - Fantasma
18. Caparezza - Eroe
19. Fausto Leali - A chi
20. Patty Pravo - Il Paradiso

E infine, con un colpo di reni finale, un solo voto in più del secondo, 25 in totale, si porta a casa la vittoria Overthewall91! Complimenti davvero!

Ed ecco qui la lista vincente:

1. Diaframma - Specchi D'Acqua
2. Le Orme - Sospesi nell'incredibile
3. I Cinque Monelli - Balbettando
4. Chetro & Co - Danze della sera
5. Marlene Kuntz - Nuotando Nell'Aria
6. Chewing Gum - Senti questa chitarra
7. I Corvi- Che strano effetto
8. I Fantom's - Le Insegne Pubblicitarie
9.  Rosemary's Baby - The End
10. Not Moving - I Want You
11. Neon - Lobotomy
12. CCCP - Io sto bene
13. Skiantos - Mi piaccion le sbarbine
14. Area- Gioia e Rivoluzione
15. Ufomammut- Odio
16. Banco del Mutuo Soccorso - 750,000 Anni Fa L'amore
17. Perigeo - Abbiamo Tutti un Blues da Piangere
18. Confusional Quartet - Volare
19. Osanna - L'uomo
20. Uzeda - Hallucinated Games

Complimenti ancora alla vincitrice, a Lucien, al cannibale e a tutti voi che avete partecipato al gioco.... E adesso beccatevi il video di un pezzo preso a caso dalla lista vincente!



ROCK ON!